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Sài Gòn Ơi, Sài Gòn Ơi

(Seconda parte)

Immagini del Vietnam di oggi, identiche a quelle di sempre.
Anche alla cieca, senza guardarmi attorno, riconoscerei questa
città chiamata Saigon dal puzzo dolciastro di spazzatura che mi
assale a ogni passo. Una città putrescente, in cancrena, che pare
sempre sul punto di morire e che non muore mai. È così da anni.
Tiziano Terzani, Vietnam: provvisorio a vita, Saigon, 6 febbraio 1975

Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus.
(La Roma che era esiste solo nel nome, possediamo
soltanto nudi nomi.)
Bernardo di Morval, De contemptu mundi, 1140 ca.

 

Baigaur – Prey Nôkôr – Gia Dinh – Ben Thành – Dong Nai – Ben NgheSaigon – Ho Chi Minh

È una storia di nomi la storia di Saigon, una storia di nomi che individuano la traiettoria della Storia. Una città che passa attraverso tutta una serie di invasioni consecutive, di dominazioni, di occupazioni, Saigon. E di nomi. Ma qui le parole che (de)nominano le cose non sono semplicemente il riflesso della loro essenza, della loro sostanza, della loro realtà, – nomina sunt consequentia rerum –, quanto piuttosto il riflesso di un campo di potere, di una sfera (dopo l’altra) di potere. Che anche attraverso i nomi, anche attraverso un nome – il nome di turno – esercita la propria autorità, manifesta la propria potenza, attua il proprio controllo sul mondo, o sul pezzo di mondo che amministra. Lo squilibrio che esiste tra chi ha il potere di nominare e ciò che è, e può solo essere, nominato (o chi è e può solo essere nominato). Una nuova lingua con nuove parole subentra a quella che l’ha preceduta, sostituisce quella che ha rimosso, e così ridefinisce gli assetti del potere, inaugura una visione del mondo alternativa.

Tzu-lu disse: “Il sovrano di Wei vi attende per amministrare con voi il governo. Quale pensate che sia la prima cosa da fare?”
Il Maestro rispose: “Quel che è necessario è rettificare i nomi. Se i nomi non sono giusti, il linguaggio non sarà in armonia con la verità delle cose. E se il linguaggio non è in armonia con la verità delle cose gli affari non potranno andar bene”.

Inizia tra la giungla e gli acquitrini la storia di Saigon, all’epoca poco più di un agglomerato popolato da tribù Moï, che poi è il modo in cui gli annamiti chiamavano (gli schiavi e) i selvaggi. È sorta come Baigaur probabilmente, (ben) prima dell’XI secolo l’insediamento più meridionale dell’impero Champa, un luogo di smercio, di commercio che attesterebbe l’antichità della vocazione mercantile cittadina. Coltivavano riso in abbondanza i Cham e pescavano pesce in abbondanza i Cham in quella terra torrida, umida, ricca d’acque pescose e paludose. E avevano bufali d’acqua in quantità i Cham e con i bufali a traino degli aratri solcavano e rivoltavano la terra, solcavano e rivoltavano la terra. Tuttavia, i tempi in cui quello stanziamento ancora scarno e ininfluente sarebbe divenuto un centro economico florido e fiorente erano di là da venire. Molto di là da venire.

Quando nel 1145 il sito che era stato occupato da Baigaur cadde sotto il giogo dei Khmer, ne nacque un “villaggio dentro la foresta”, Prey Nôkôr. Foresta di kapok e vegetazione fitta come il buio, spessa e contorta e fradicia e cedevole, melmosa sotto i piedi, che ci voleva lungimiranza vera e previdenza rara, in senso proprio letterale, per vederci una materia che avrebbe preso forma. E ovunque e addosso l’odore di marcio, di putrido, di corrotto, quell’odore che dev’essere arrivato ad ammorbare pure le narici di Terzani, e pure le tue, le tue, l’odore peculiare, vischioso di quella giungla perpetua che s’è indelebilmente attaccato alla città a venire. Per qualche secolo, forse non più di un paio, Prey Nôkôr, in virtù della posizione geografica favorevole ai commerci marittimi e fluviali, fu uno snodo abbastanza rilevante in quel Sudest asiatico che era percorso da navi cinesi, malesi e indiane in cerca di ventura. Poi la sua fortuna parve appannarsi e più avanti parve addirittura oscurarsi, eclissarsi, vuoi perché il delta del Mekong non era territorio in origine ospitale, vuoi perché dapprincipio Prey Nôkôr era troppo lontana dalla costa, e questo molto prima che le paludi fossero bonificate e le foreste abbattute e le zanzare letali (o subletali) ammansite dall’invasività dell’intervento umano.

Saigon mappa, fiume azzurro, zanzare

Sul punto di morire ma non muore mai. E infatti, alla fine del 1600, e precisamente nel 1698, la dinastia che regnava sull’attuale Vietnam centrale, i Nguyên, avanzò verso sud, sconfisse i Khmer e annetté il loro “villaggio dentro la foresta”. Erano i primi coloni vietnamiti a stanziarsi in questo proto-Vietnam meridionale ed è in quel 1698 in cui Prey Nôkôr cadde e Gia Dinh ne prese materialmente il posto che Saigon ebbe la sua progenitrice vietnamita. Gia Dinh, la “città del fiume chiaro e fresco”, ché allora erano “chiare, fresche (e dolci)” le acque che scorrevano nel letto di quel fiume. Il fiume Saigon che ora sono limacciose e torbide (e contaminate) le acque che vi scorrono. Il fiume con quell’ansa a ferro di cavallo che aveva accolto l’insediamento originale e che l’aveva visto crescere stentatamente e popolarsi ancor più stentatamente quell’abitato, se agli inizi del 1700 l’intero sud del Vietnam contava appena duecentomila anime. Ma durò poco la calma, ché l’afa e i monsoni e gli accidenti della natura e la ridda d’insetti velenosi che angariavano quel porto fluviale determinato a “civilizzare la verzura” erano di poco impaccio rispetto alle ricchezze a cui dava l’accesso.

Saigon, fiume, banchine, mappa cittadella

E i signori Nguyên dovettero combattere, e sanguinosamente, per tenersela stretta quella perla d’Oriente in via di farsi. E Nguyên Anh la tenne la perla, ma non senza l’aiuto dei francesi, e la fortificò la perla, ma sempre con l’aiuto dei francesi. E quando nel 1802 si autoproclamò imperatore col nome di Gia Long, unificando il Vietnam dalla frontiera cinese al Golfo del Siam, la città che gli fece da capitale reale fino al XIX secolo inoltrato ancora la chiamavano Gia Dinh. Ufficialmente. Ma ufficiosamente, la città che Gia Long aveva pianificato con l’assistenza dei francesi, con la cittadella cintata dalle mura, dai bastioni e dai fossati, ufficiosamente aveva una varietà di nomi. Intanto uno puramente didascalico: Ben Thành, il molo della cittadella, col suo mercato omonimo affastellato e pingue, longevo perché sta sempre lì e ci resta, frastornante come la giungla all’alba. Poi Dong Nai, il campo dei cervi, un nome ugualmente illustrativo, ché quell’area era battuta e ribattuta da folti branchi di cervi prima che i vietnamiti, e poi i francesi, vi fossero di stanza. E poi Ben Nghe, la banchina dei bufali indiani, dove evidentemente si trafficava in bufali da tiro che, nel tardo XVIII secolo, erano indispensabili per la coltivazione del riso in larga scala.

Infine un altro nome, che circolava già da tempo, che pare fosse apparso in un testo cambogiano intorno al 1672, ch’era largamente in uso nel 1859 quando i francesi da alleati divennero occupanti. Saigon. Un termine che potrebbe essere un prestito linguistico cinese, dove Sài sta per ramoscello e Gòn sta per cotone, e il rimando è chiaramente agli alberi di cotone che s’accalcavano attorno al villaggio primigenio. Ma è assai più verosimile che Saigon derivi dal nome cantonese di Cholon, e cioè Tai-Ngon (o Tai-Gon), “l’argine”, il grande mercato, la chinatown locale. Il luogo deputato alle compravendite massive, dove i cinesi vendevano di tutto, vendevano tutto, dal fango per costruirsi le baracche, al riso, ai satin, ai crêpe de chine, alle sete. A occidente, contigua a un grande ramo del fiume, aggrappata ai terrapieni dei canali, stava Cholon, la cinese; a Oriente, contigua alla cittadella, Ben Nghe, la vietnamita. Ma i francesi le sfumature non le colsero. E, durante il lungo secolo della bodardiana “Saigon della piastra”, Saigon divenne la città tutta.

Cholon, mappa, fotografia Café, virata celeste

Circa un “secolo di molestie continue da parte dei coloni francesi” e l’antica città dalla pianura immelmata e dominata dalla fortezza vietnamita non era che un labile ricordo, per chi la ricordava. Le altezze degli edifici furono livellate, i pantani riempiti, i canali scavati, i moli rimpiazzarono le capanne che maceravano nell’acqua, le case europee sostituirono le casupole vietnamite, gli alberi longilinei e docili spuntarono lungo le larghe strade rettilinee in luogo dei boschetti di areche aggrovigliate. Furono costruite strade e strade ferrate che collegarono l’entroterra sud-vietnamita alle rotte marittime. No, “non aveva ragione di lamentarsi” di fronte a quegli innegabili progressi “la più bella delle colonie francesi”, la Cocincina, neanche se il “processo di erosione culturale” era stato così profondo che il paese ne usciva scisso e eterogeneo e frammentato come mai prima d’allora. E no, neppure quella ville ormai francese, Saigon, aveva motivo di lagnarsi, per quanto gli interventi del colonizzatore avessero spazzato via ogni menoma traccia del suo nucleo urbano arcaico.
Addio Vietnam, benvenuti Cocincina, Annam, Tonchino, (Laos e Cambogia), benvenuta Indocina francese.
Addio Gia Dinh, Ben Thành, Dong Nai, Ben Nghe, benvenuta Saigon, “Parigi dell’Oriente”.

Nana korobi ya oki
Cadere sette volte e rialzarsi otto.
(Proverbio giapponese)

Adombra il destino del Vietnam la dolente parabola di Kieu che Nguyên Du racconta nei 3254 versi del poema epico nazionale. Kim Van Kieu, La storia di Kieu. Ha le qualità di una perfetta donna confuciana Kieu, – lavoro, bellezza, lingua, etica -, ma il cielo si “ingelosisce della perfezione” altrui e fa nascere discordia tra talento e fato. È così che Kieu, che ama il giovane Kim Truong, vende se stessa in matrimonio per salvare dalla rovina la famiglia e far uscire dalla prigione il padre. Ma il marito di Kieu è un mezzano e Kieu finisce a lavorare in un bordello e ci lavora a lungo nel bordello, finché diventa la concubina di un cliente e poi la serva della moglie del cliente, e poi una suora e poi una meretrice nuovamente e poi la ‘sposa’ devota di un altro cliente innamorato, un generale che le toglierebbe di dosso ogni fardello se solo non morisse per sua colpa. Ahi, ahi, Kieu, ahi, ahi. E Kieu è daccapo prigioniera. Quindici anni di sciagure e ancora dura. Ma non le resta molto da resistere e, gettatasi nelle acque di un bel fiume, invece di perdere la vita, Kieu, la riprende da dove l’ha interrotta. Il matrimonio con Kim Truong è la fine della storia, ma è un matrimonio bianco, ché Kieu alle nozze non c’è arrivata casta.
Cadere sette volte e rialzarsi otto.

Cocincina, Saigon, Rue Catinat, cartina

Saigon, che i cent’anni passati sotto la Francia coloniale le avevano attaccato il mal d’Europe, che l’avevano calata in un sistema di vita modellato su quello dei conquistatori, che avevano reso i suoi abitanti degli assimilati che “consideravano Parigi e non Hue o Hanoi come il centro della civiltà”, della cultura, del gusto.
(Oh, i Banh Mi, i banh mi che sono gli epigoni della baguette, ma con che prorompenza…una delle molte cose che i saigonesi e i sudvietnamiti hanno ereditato dai francesi e hanno poi rimaneggiato à leur propre manière, maniera audace, irriverente, quasi sfrontata …)

Saigon e il Sud Vietnam, Nam Ky o anche Cocincina, alterati “al punto da non poter più essere ricuciti insieme” al resto del paese. Eppure i Viet Minh di Ho Chi Minh s’erano organizzati e si stavano organizzando per accendere nella popolazione sentimenti anticoloniali, sentimenti rivoluzionari, facendo appello a quell’immagine di rinnovamento che è racchiusa nell’atto della muta, l’atto di cambiare ciclicamente pelle. L’ideogramma cinese per rivoluzione. Un organismo, un sistema, una società cresce, matura e decade, e pure repentinamente, e pure improvvisamente, e pure inaspettatamente, e allora arriva il cambiamento, naturalmente, necessariamente, allora arriva la trasformazione, la rigenerazione, il “fuoco purificatore che brucia il putridume del vecchio ordine” e apre a un altro stadio (stato).
La degenerazione dell’impero coloniale indocinese iniziò nel 1945, a Saigon, con l’occupazione militare del Vietnam da parte del Giappone. Durò pochi mesi, ma fu il segno che il Cielo non era più schierato coi francesi. E quando nel 1946 i francesi rientrarono in Cocincina per continuare a sfruttarne le risorse, semplicemente non c’era agricoltore, contadino, fittavolo, mercante, impiegato, intellettuale, dignitario, ministro, persino sovrano, che non vedesse che la storia aveva cambiato corso. Che era solo questione di tempo e che i tempi (che cambiano) stavano cambiando.

Lottarono le truppe dei Viet Minh, lottarono le truppe di Ho Chi Minh, il “portatore di luce”, e fu la guerra d’Indocina. Mentre Saigon rimaneva Saigon, la capitale del Sud, il teatro d’ogni possibile disordine, il teatro dove si incontravano e si scontravano tutti gli sfruttatori del paese, tutte le minoranze del paese – i buddisti, i cattolici, i montagnard, i khmer, i cham… -, tutti gli osservatori del paese. E dopo la clamorosa vittoria di Dien Bien Phu, 1954, dopo che le forze francesi persero il Vietnam nonostante l’aiuto militare degli americani, gli americani portarono avanti direttamente quella politica di contenimento del comunismo che avevano intrapreso per interposta nazione. E fu la guerra del Vietnam, e fu il Fronte nazionale di Liberazione, e furono i Viet Cong, “i comunisti vietnamiti”, i contadini-guerriglieri, gli eroi a cui si ispirò la generazione di Terzani.

risaie, pannocchie riso, terrazzamento, bufali da traino

Forse, l’inevitabile esito di quella guerra si può riassumere nell’ideogramma vietnamita Xa. Che vuol dire terra, comunità, casa e sacro, anche sacro. Che “fondamentalmente significa che lo spirito di un uomo è nella terra dove riposano i suoi antenati e dove cresce il riso. La terra è il vostro nemico”. La terra, – la giungla e le risaie piatte e le vie d’acqua onnipresenti -, era il loro nemico, il nemico degli americani.

Nel 1975 cadde Saigon, una città di quartieri immondezzaio, di baraccopoli di profughi, di bande di teppisti che razziavano le strade, di uomini tetri senza più terrà né famiglia. Cadde e sembrò sul punto di morire, però rimase in vita. E nel 1976 cambiò di nuovo nome prendendolo dal nome rivoluzionario di zio Ho, l’uomo dai mille nomi. Ho Chi Minh City, la città del portatore di luce. Ancora una volta, il processo di denominazione come espressione del controllo del territorio.

Ho Chi Minh, cartina, fotografia aerea

È una storia di nomi la storia del Vietnam.
Una storia di nomi che è una storia di dominio, di sopraffazione, di violenza, ma anche di resistenza. Anche di resistenza.

Van Lang – Nam Viet – An Nam – Dai Viet – Dai Nam – Viet Nam – Annam – Bac Ky/Tonchino – Trung Ky/Annam – Nam Ky/Cocincina – Viet Nam (Bac Bo/Nord; Trung Bo/Centro; Nam Bo/Sud).

Vietnam. Viet Nam, la terra a Sud del popolo Viet.

E leggi: Viet Thanh Nguyen, Il simpatizzante; Denis Johnson, Albero di fumo; Tim O’Brien, Inseguendo Cacciato e Quanto pesano i fantasmi; Frances Fitzgerald, Il lago in fiamme. Storia della guerra in Vietnam; Nghia M. Vo, Saigon. A History; Justin Corfield, Historical Dictionary of Ho Chi Minh City; e guarda: Trinh T. Minh-ha, Surname Viet Given Name Nam, (1989).

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DOVE

Ngoc Châu Garden, 116 Ho Tung Mau, District 1; Ho Chi Minh City, Vietnam, T.+84 8 6687 3838
https://www.facebook.com/ngocchaugarden.hotungmau/

Frequentato sia da local che da avventori d’altri lidi, che siano di passaggio o di passaggio prolungato, è informale e accogliente e colorato Ngoc Châu Garden, e tale è anche il servizio. A tavola regna la tradizione vietnamita interpretata con mano sicura ma senza manierismi, senza ricercatezze. Forse mancano di estro creativo i piatti, ma sono classicamente gustosi e genuini e, dato il taglio rusticheggiante del locale, non si può chiedere altro. E poi, all’uscita, la fremente vita cittadina tutt’intorno e brum e brum…
A un passo dal canale Ben Nghe, Ngoc Châu s’è duplicato specializzandosi nel seafood, un menu tutto dedicato al pesce che, a occhi chiusi, senti l’odore salmastro della spiaggia … (Ngoc Châu Seafood – fresh coastal cuisine: 2A Calmette, P. Nguyễn Thái Bình, District 1, Ho Chi Minh City, Vietnam, T. + 84 91 179 3968 )
E prova: Spring rolls al granchio; Granchio dal guscio molle fritto oppure in salsa di tamarindo; Insalata di mimosa acquatica e frutti di mare; Insalata di mango e pesce Gourami; Fiori di tonchino saltati con aglio; Zuppa di carambola con gamberi; Pesce castagna saltato con salsa al mango; Lombo di maiale arrosto con salsa di prugna; Polpettine di salsiccia di maiale; Costine di maiale grigliate al lemongrass; tè al lemongrass.

Mountain Retreat, 36 Le Loi, Ben Nghé, District 1, Ho Chi Minh City, Vietnam, T. + 84 90 719 4557
https://www.facebook.com/mountainretreatvn/

Entri in un vicolo scuro e tenebroso a un lato di Le Loi, e poi in un palazzo scialbo e mal illuminato e poi inizi l’ascesa valorosa verso il tetto. Sei piani di scale sudorifere e hai conquistato la montagna. Un ritiro nello stile di quelli montani di Ha Giang, con il tetto di bambù e i tavoli di legno grezzi e ben piantati. E sopra, dopo aver salito un’altra scaletta avventurosa arrampicata dietro la cucina, una (impagabile) terrazza infiorata di lucette in mezzo alle vibranti luci saigonesi.
“>Cucina semplice e casalinga, ma varia, appetitosa e stagionale, con una scelta di verdure fuori dal comune (in un paese dove le verdure occupano una parte consistente di ogni menu che si rispetti e raramente sono meno che eccellenti) e un rapporto qualità prezzo talmente vantaggioso da compensare ampiamente la scalata.
Assaggi: Banh Xeo – crepe sfrigolante ripiena di gamberi, maiale e germogli; Involtini di riso al vapore (fresh spring rolls) con maiale grigliato, arachidi e aglio fritto; Insalata di pollo con fiori di banano; Insalata di pomelo con pesce secco; Calamaretti fritti con salsa di pesce; Vongole scottate con peperoncino e erbe e cracker di riso; Pancetta di maiale croccante; Costine di maiale arrosto con lemongrass e peperoncino; Cavolo saltato con aglio; Fagiolo alato al vapore con salsa al tofu; Bok choy e funghi saltati in padella. Non disdegnare i cocktails, ché di Saigon 333 ne puoi trovare ovunque…

Hum Vegetarian, Lounge & Restaurant, 2 Thi Sách, P. Bến Nghé, District 1, Ho Chi Minh City, Vietnam, T. + 84 8 3823 8920
(Hum Vegetarian, Café & Restaurant, 32 Võ Văn Tần, P.6, District 3, Ho Chi Minh City, Vietnam, T. + 84 8 3930 3819)
http://www.humvietnam.vn/en/home

Il nome lo ha tratto dal mantra sanscrito “Om Mani Padme Hum” che sta per “Om al gioiello nel loto, Hum”. Om all’illuminazione che viene dal di dentro, Hum. E in linea col concetto, con questa ricerca di pace e d’armonia interiore, Hum s’è votato alla cucina naturale e salutare e light e biologica, incentrata su ortaggi, funghi, frutta, noci, semi, fiori, piante aromatiche e germogli, ché ogni forma di vita animale è sacra e non va tolta.
Dimentica la rusticità dei concorrenti di cui sopra, qui l’ambiente è decisamente più elegante e ricercato e il servizio è meno rilassato, attento alle stranezze e alle esigenze (anche dietetiche) del cliente. Il menu è ricco e ogni piatto è corredato da una breve nota su proprietà e nutrienti, e tuttavia non sfugge una certa mancanza di immaginazione relativamente ai piatti principali. Come se un main vegetariano fosse concepibile solo declinando il tofu in varie salse. E qua si perde (in un bicchier d’acqua) l’incredibile (e tanto ambita) varietà della cucina vegetariana .. I monaci buddisti zen scuoterebbero il capo in segno di dissenso.
E gusta: Tofu fritto alla Hum; Tofu al vapore Hummade; Taro stufato con peperoncini rossi e lemongrass; Insalata croccante di morning glory (convolvolo d’acqua); Insalata di fagiolo alato con tofu croccante, anacardi e uovo sodo; Funghi lingzhi al vapore in noce di cocco; Riso integrale in foglie di loto; Verdura selvatica locale in salsa piccante; Palma kitul (caryota urens) e gelatina di matcha e mandorle; Dessert caldo di sesamo nero. I succhi, inventivi e sani, complementano il pasto egregiamente. E lo stesso dicasi per il tè di seta di mais (barbe di mais), davvero da non perdere.