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Sài Gòn Ơi, Sài Gòn Ơi

(Prima parte)

Too far East is West.
(L’Oriente troppo estremo è l’Occidente).
Proverbio inglese

Oh l’Oriente è l’Oriente, e l’Occidente è l’Occidente
e mai i due si incontreranno.
Rudyard Kipling, Ballata dell’Oriente e dell’Occidente, 1889

 

Me ne torno in guerra, ragazzi, questa fottuta Saigon è troppo per me.
(Michael Herr,
Dispacci)

 

Cara Saigon, cara Saigon. (Bella Saigon!)
Ti chiamano Ho Chi Minh da quando, nell’aprile del 1975, la tua caduta fu la fine della guerra dell’America. The American War, perché solo così la senti nominare in Vietnam. Sono più di quarant’anni che sei stata liberata e il ‘destino’ t’ha ribattezzato Ho Chi Minh City, da quando le note di White Christmas segnarono l’inizio dell’ultima fase dell’evacuazione; da quando l’operazione Frequent Wind portò precipitosamente e rovinosamente e caoticamente fuori dal paese gli inviati, i corrispondenti, i fotografi che avevano abitato al Continental Palace e che ora abbandonavano il Continental Palace, il Caravelle Hotel, il Rex; e poi anche i civili americani, i militari, gli informatori, le spie, i collaborazionisti, i rifugiati, i profughi vietnamiti che vennero ammassati nei campi da tennis dell’aeroporto Tan Son Nhut in attesa di essere stipati sugli aerei americani che Saigon la lasciavano per sempre. Addio Saigon, bella Saigon, tormentata, tossica Saigon, addio. Mentre migliaia di altri sudvietnamiti erano rimasti fuori dai cancelli dell’ambasciata americana e anche dentro il cortile dell’ambasciata americana a sbracciarsi e a spolmonarsi aspettando (e sperando) invano che chi aveva promesso loro la salvezza li traesse finalmente in salvo.
(A qualcuno sembrò a ragione un déjà-vu, un riaffioramento, una replica oscena, una ripetizione derisoria e sciagurata, lo spettro sinistro della caduta dell’Indocina francese a Dien Bien Phu, nel 1954, allorché il diciassettesimo parallelo divenne la linea di confine tra il Nord e il Sud del paese. Un paese sdoppiato, dimezzato. Con il Nord comunista ai Viet Minh di Ho Chi Minh, e il Sud anticomunista al filoamericano, cattolico Ngô Đình Diệm).

Cara Saigon, che non sei più Saigon, ma Ho Chi Minh City. Eppure sei rimasta Saigon per ognuno degli otto milioni di abitanti che ti (sovrap)popolano, per ognuno dei tre milioni di pendolari che ogni giorno e ogni notte congestionano le tue arterie già ingorgate, che ogni giorno sboccano massicciamente nelle tue strade isteriche come affluenti dentro a un grande fiume. (E qui è il Mekong a dare la misura…). E oggi non sono più le biciclette di cui parlava Herr a sciamare forsennatamente dappertutto, sono i motorini più o meno di fortuna, più o meno sovraccarichi, più o meno furiosamente, molestamente strombazzanti, come a voler segnalare, o forse rimarcare, una presenza che sarebbe comunque impossibile ignorare. Oggi l’intera città si muove rumorosamente su due ruote (a motore) in lunghi nugoli incontinenti. Già, Saigon non è Disneyland. (Ma è Saigon, ancora Saigon).

Saigon, strada, motorini, traffico

Eppure, a volte, è come il fiore di loto – il fiore nazionale – che nasce dal fango ma non ne porta il lezzo. (Gần bùn mà chẳng hôi tanh mùi bùn/Cresce nel fango ma non puzza di fango). T’entra nel campo visivo traboccante una ragazza, una passeggera seduta di sghembo su uno di quegli ammorbanti motorini, con le gambe incrociate una sull’altra da un lato del sellino come un’amazzone a cavallo, in posa pericolosamente sciolta, pericolosamente disinvolta, coperta fino al collo, che neanche in tardo autunno in Occidente. Grazia pura, naturale, riposante, anche con quella bardatura anomala ch’è volta a schermare la pelle brunastra dai raggi del sole inopportuni. Bellezza anche qui, ahinoi, fa rima con bianchezza.

Cara Saigon, che eri “la Parigi dell’est, la perla d’Oriente”, e che di Parigi oggi hai poco e niente. E non è solo che la “città francese monumentale” che eri destinata ad essere, la città amministrativa europea con la sua quota di edifici pubblici solenni e prestigiosi, è stata risucchiata dalla città degli affari e dei commerci che le cresceva convulsamente intorno; non è solo che i “lunghi viali aperti ombreggiati” dagli alberi di tamarindo sembrano più un pallido miraggio che un pallido, pallidissimo, ricordo; che la rue Catinat su cui s’affacciava l’appartamento del Fowler di Graham Greene (e di Greene stesso) è stata rinominata Dong Khoi e non è più percorsa dalle esili ragazze che, gli ao dai aperti sui “pantaloni di seta bianca, tornavano a casa in bicicletta”; che il Passage Eden, con l’originale Café Givral dove Phuong andava quotidianamente per i suoi elevenses (tè di metà mattino), nel 2010 è stato demolito per rispondere a esigenze di riqualificazione urbana. Già, “l’urbanizzazione selvaggia”, lo sviluppo urbano disordinato e eccessivo e sregolato che è seguito alle politiche di rinnovamento socialista del commercio e di statalizzazione degli alloggi.

E no, non è solo che gli argini del fiume Saigon e quelli dei due principali canali cittadini, Nhieu Loc-Thi Nghe e Tau Hu-Ben Nghe, così integrali all’identità urbana saigonese perché perimetrano il nucleo urbano storico (rispettivamente a est, a nord e a sud), stentano a diventare nastri pedonabili e ciclabili, incupolati d’alberi fronzuti e rinfrescati da leggere brezze, vitali di umanità svaghi e negozi come le rive della Senna. Per quanto Thi-Nghe sia stato recentemente ripulito e oggi vi si muovano barche di gitanti che, se ai bateaux mouches sembrano fargli (in)volontariamente il verso, guardano alla metropoli irrigata di canali (in un paese letteralmente cosparso di vie d’acqua) dal punto d’osservazione che più le è confacente. (Per la verità, il piano regolatore elaborato dai colonizzatori francesi alla fine del secolo XIX, preso atto che in quella città prettamente portuale i viaggiatori ci arrivavano dal fiume, schierava proprio davanti al fiume i luoghi simbolici del suo vivere civile).
E no, no, non è neanche che i residenti per km quadrato sono più del doppio di quelli di Parigi, e che mediamente le case sono larghe meno della metà di quelle di Parigi, dal che l’icastica designazione di case-tubo, ch’è tutto uno svilupparsi in altezza e in lunghezza, ché sulla larghezza si pagano le tasse.

Saigon, fotografia alba, edifici bluastri, luce solare

No, non è solo tutto questo. Perché, in fondo, il Rex si trova ancora a un capo di Dong Khoi, quello a ridosso del fiume Saigon e delle sue anse, e l’altro capo è sempre occupato dall’hotel Continental, con la terrazza riparata dalle tende parasole sotto cui i colonialisti francesi, e i “vecchi colonialisti” inglesi di passaggio, e poi i reporter americani, (quelli che in Vietnam non ci dovevano essere, ma avevano chiesto di esserci), o sorseggiavano i loro “drink innocenti” o si bevevano via (la paura e) l’anima. E c’è sempre lo storico hotel Caravelle, all’angolo di Dong Khoi e piazza Lam Son, con la torre di 24 piani costruita accanto all’edificio principale alla fine del secolo trascorso, con il rooftop bar sul quale, nel ’64 e nel ’65 e anni seguenti, decine di corrispondenti andavano “a bere e a guardare i bombardamenti aerei al di là del fiume, così vicini che con un buon teleobiettivo mettevi a fuoco i contrassegni degli aerei”. Da quel bar, il 29 aprile del ’75, gli inviati videro le bombe nordvietnamite cadere sull’aeroporto Tan Son Nhut e videro l’ultimo elicottero statunitense alzarsi in volo dal tetto di un limitrofo rifugio della CIA (22 Gia Long, ora Lý Tự Trọng) con il suo disperato carico di sfollati, – l’emblematica fotografia di Hubert Van Es ad immortalare la scena -, e seppero, inequivocabilmente, che Saigon s’era arresa ai Vietcong. Anzi, era stata liberata dai Vietcong.

E dunque. È solo che Saigon ha smesso di prosperare per Parigi, di riflettere l’immagine grandiosa della Francia, di essere il maggiore avamposto coloniale della “France d’Asie”, – il porto così strategicamente vicino alla costa meridionale cinese -, e adesso è per se stessa (e per il Vietnam) che ha preso a prosperare, a progredire, ad avanzare a ritmi di sviluppo decisamente accelerati, in corsa per diventare la prossima Tokyo, la prossima Singapore, la Hong Kong del prossimo futuro. Lei che il “dinamismo economico e intellettuale” ne è sempre stato il tratto distintivo. Di notte, le sagome dei grattacieli, contro il cielo opaco d’umidore, con le luci intermittenti e psichedeliche …shiiin shiiin shiiin… Che sembrano videogiochi che giocano partite in solitaria.

Grattacieli, luci, pac man, videogioco

È solo e semplicemente che se durante la guerra americana i razzi che “cadevano a un isolato dai migliori hotel” non avevano fatto danni irreparabili, e così la bomba della CIA (a sostegno della terza forza del generale Thé di Graham Greene) nel 1952 e ancora prima le bombe sganciate dagli aerei degli alleati nel 1944 (durante la breve fase dell’occupazione giapponese), e se i Vietcong avevano preso Saigon senza lasciarsi dietro una singola “lampadina rotta”, stare a Saigon in quegli anni, in quei decenni “era come trovarsi dentro ai petali richiusi di un fiore velenoso, la Storia avvelenata, fottuta alla radice quale che fosse il punto del passato dove volevi spingerti nella ricerca”. Saigon resisteva, assorbiva la Storia e poi espelleva la Storia, l’assorbiva e “l’espelleva come una tossina”, tanto che “una passeggiata di cinque isolati lì dentro” poteva seriamente metterti al tappeto.

Cara Saigon. Dopo la desolazione, la disperazione, il progresso (e il consumismo) è venuto quasi come una forma di risarcimento, un’azione auto-riparatoria. L’ansia di progresso, forse anche l’ansia di riscatto, la volontà di rinnovamento talmente profondi, talmente radicali che non potevano che configurarsi come brutale, recisa amputazione dei legami col passato, con l’eredità del passato. E così, in perfetta consonanza con le altre mega-città del Sudest asiatico, il tuo centro storico con i suoi spazi storici è stato quando rimpiazzato quando affiancato da strutture verticali densamente popolate, densamente frequentate, massicciamente votate al consumo, che hanno inevitabilmente innescato un processo di esclusione sociale degli abitanti originari. Verticalizzazione e densificazione del nucleo centrale e rapida urbanizzazione delle zone periferiche, meglio, “bidonvillizzazione diffusa”, sempre più diffusa, delle aree periferiche. E insomma, cara Saigon, è il “disfunzionamento urbano” l’effetto della globalizzazione sul tuo tessuto urbano.

fotografia notturna, Saigon, grattacieli illuminati

Eppure, di giorno, una cappa d’umidore sotto il cielo smunto, vedi quello che resta degli stabili d’un tempo acquattarsi all’ombra dei grattacieli lustri, patinati; i tetti piani, schiacciati, a guisa di terrazze variamente attrezzate ad ospitare un rigoglio di piante, un garbuglio di tavoli, ghirlande di lucette, piscine accidentali. E ai lati delle strade trafficate, vicoli stretti come palmi e bui come pozzi, due opposte file di palazzi che pare che si sfiorino e la luce spessa, molle, che ristagna sopra quel taglio da cui dovrebbe entrare. E lungo i marciapiedi delle strade trafficate, a macchie, le venditrici ambulanti di cibarie accosciate davanti a fornelli rimediati, tra pentole usurate dall’uso ripetuto, prolungato, a muovere con garbo inaspettato le mani incredibilmente consumate nel mestiere, incredibilmente consumate dal mestiere.
Poi entri a Cholon e uscendo da questo residuo di Chinatown tradizionale, da questo residuo della Chinatown ch’è stata dimora di bordelli, casinò e fumerie d’oppio, l’incongruenza del silenzio della pagoda di Thien Hau, solo incenso e pace, incenso spiraleggiante e pace.

Saigon pagoda, incenso, fumo, Thien Hau

Cara Saigon. Ti chiamano Ho Chi Minh, ma trasudi Saigon ovunque.
Ripensi al ritratto cinematografico del Vietnam che Trinh T. Minh-Ha ha realizzato a 40 anni esatti dalla fine della guerra americana. Forgetting Vietnam (2015). Ripensi all’enunciato con cui inizia: “It all begins with two”. “Tutto comincia con il due”. Il due che non dice o, o, ma e e, che non oppone, non separa, ma accoppia, congiunge, concilia, tiene insieme.
Dimenticare-ricordare. Saigon-Ho Chi Minh. Oriente-Occidente. Oriente-Occidente. OrienteOccidente.

(Continua)

E vedi: Graham Greene, L’americano tranquillo; Michael Herr, Dispacci; ; Somerset Maugham, The Gentleman in the Parlour; Viet Thanh Nguyen, Il simpatizzante; Tâm Quach-Langlet, Saigon capitale de la République du Sud du Vietnam (1954-1975): ou une urbanisation sauvage; Stéphane Dovert e Quang Ninh Le, Saigon, Architectures-Urbanisme, 1698-1998; e ascolta: Sài Gòn Dep Lam, Y Vân, (1960); e guarda: Trinh T. Minh-ha, Surname Viet Given Name Nam, (1989) e Forgetting Vietnam, (2015).

cornicetta1

DOVE

Cuc Gach Quan, 10 Dang Tat Street, Tan Dinh, District 1; Ho Chi Minh City, Vietnam, T.+84 8 38 480 144
http://www.cucgachquan.com.vn/en

Ti sembrerà di essere uscito dal primo distretto, quello più denso di mete turistiche e più densamente frequentato dai turisti, quando t’addentrerai nel dedalo di strade che costituiscono la circoscrizione di Tan Dinh, e poi percorrerai una via residenziale, tranquilla, per fermarti davanti a un bell’edificio coloniale francese che è stato preservato e convertito in ristorante. Ed è bello il ristorante, con il suo stagnetto in miniatura e il dehors attrezzato ad ospitare non più di qualche tavolo, con la scala sospesa che ti conduce (avventurosamente) al piano superiore, con il legno di recupero dei travi sul soffitto e a terra le maioliche vivaci, con il mobilio rustico, vissuto, accortamente scompagnato, e soprattutto accogliente, confortevole. E la parete rossa su cui campeggiano (gialli!) i versi nostalgici di Sài Gòn Dep Lam e poi il vecchio registratore a bobine che anche quello è un ponte sul passato.
L’intento dell’architetto e proprietario di Cuc Gach Quan, che sta per ristorante di mattoni, era quello di ricreare uno spazio verde – un ritaglio di natura – nel caotico cuore saigonese e di proporre, in quello spazio bucolicheggiante, una cucina vietnamita contadina, casalinga, genuina, realizzata con prodotti agricoli biologici e locali, con prodotti animali da allevamenti biologici, secondo le usanze e le ricette tipiche. E il pasto riesce a sembrare autenticamente vietnamita, autenticamente tradizionale, tanto che, presa la porta, faticherai a rientrare nel presente…o meglio, nel futuro…
In Vietnam si cena relativamente presto…dunque, non andarci più tardi delle venti se vuoi che l’esperienza del pasto non finisca in un affaire tra te e qualche cameriere stralunato che ormai ne ha avuto abbastanza di clienti…
Assaggi: Granchio dal guscio molle fritto oppure scottato in padella con sale e aglio (assolutamente da provare); Insalata di germogli di loto con gamberi; Branzino in salsa caramellata di frutto della passione; Bok choy saltati in padella con aglio; Melanzana in olio di cipollina fresca; Tofu fritto con lemongrass (citronella) e peperoncino; Pesce stufato in pentola di terracotta; Zuppa di semi di loto e longan (un dessert delizioso!!)

bicchiere, zuppa di loto, parete rossa, scritta gialla

Hair Bar, 68 Ngô Duc Ke, Ben Nghe, District 1, Ho Chi Minh City, Vietnam, T. (gratis da telefoni locali) 1800 1108
http://www.hairbar.vn/en/press-release/blown-away-at-the-hairbar/

Ok, ci vai per farti una piega in una città (in un paese) in cui l’umidità è talmente alta che è un miracolo se riesci a mantenerla in piega per mezz’ora la tua folta chioma di capelli. Ma davvero poco importa in questo hair bar che è specializzato nella cura veloce ma professionale dei capelli, offerta peraltro in un ambiente più che confortevole e a prezzi più che contenuti. Perché quello che da solo vale l’esperienza è il lavaggio della capigliatura (incolta) e cioè quella fase del trattamento che di solito viene condotta con gesti sbrigativi e inaccurati. Tutto comincia da un lavatesta che è concepito per starci comodamente (e completamente) distesa/o come fossi a letto. Supina/o, naturalmente, così da permettere alla tua benefattrice (o benefattore) di rigirarsi comodamente la tua testa tra le mani e di frizionarla la tua testa, di stimolarla, di picchiettarla, di massaggiarla la tua testa e il tuo collo e le tue spalle e infine le tue braccia e le mani per non meno di una mezz’ora di filato. Estasi pura e chioma nuvoleggiante per finire… (Detto per inciso, anche con le forbici in mano fanno un ottimo lavoro questi giovani hair stylist vietnamiti).

Top nail, 121 Dinh Tien Hoang, District 1, Ho Chi Minh City, Vietnam, T. + 84 121 242 8191
https://www.facebook.com/topnailsaigon/?hc_ref=PAGES_TIMELINE

A pochi passi dalla pagoda dell’Imperatore di Giada, questo nail bar è uno dei posti migliori sulla piazza di Saigon per ciò che riguarda la bellezza delle altre estremità del tuo bel corpo (per lo meno al di fuori delle spa degli alberghi cinque stelle), affidate a manicuriste valenti e navigate, supervisionate da un manager che è insieme traduttore e coordinatore dei lavori. La poltrona da pedicure con idromassaggio da queste parti è un lusso sconosciuto, ma a questi prezzi la bacinella riempita d’acqua calda sembra un compromesso ragionevole. Smalti OPI e CND.