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MOTHER CITY

Cape Town Notes (Seconda parte)

and my own
unhoused spirit        trying to find a home
(e il mio
spirito nomade        che cerca di trovare una casa)
Adrienne Rich, Contradictions: Tracking Poems 11, 1986

“Non ti puoi perdere a Cape Town. Là”, e ha indicato sopra la mia
spalla, “c’è Table Mountain e c’è Devil’s Peak e c’è Lion’s Head,
e quindi perché mai, santo cielo, dovresti perderti?”
Zoë Wicomb, Non ti puoi perdere a Cape Town, 1987

 

LA GEOGRAFIA

Ogni luogo della terra ha emanazioni vitali diverse,
vibrazioni diverse, esalazioni chimiche diverse, polarità diverse
con stelle diverse: chiamatele pure come vi pare.
Ma lo spirito del luogo è una grande realtà.
D.H. Lawrence, Lo spirito del luogo, 1923

 

Nullus locus sine Genio

Nessun luogo è senza spirito, senza aura, senza un’emanazione vitale sua propria, un magnetismo suo proprio, in assenza del quale non sarebbe che un luogo dimezzato, instabile, incoerente. Perfino respingente, inaccessibile. In assenza del quale i suoi luoghi di vita sarebbero sfuggenti, illeggibili, incomprensibili. Perfino estranei, inospitali. Così, per abitarlo quel luogo, o forse anche solo per conoscerlo, per capirlo, devi trovare un’intesa col suo nume. Vibrare in accordo (intellettuale e spirituale) col suo genio, la sua anima, la sua essenza, la sua impronta, il suo carattere distintivo: chiamali pure come più ti piace.

Lo spirito di questo luogo a -33.9° S e 18.4° E come traspare dalla sua auto-narrazione, dalla storia che racconta a se stesso di se stesso e insieme da quella che racconta di se stesso a te, agli altri; gli altri che entrano nella sua aura (di meraviglia). Perché è il luogo che parla di sé se solo ti vien fatto di ascoltarlo. Distintamente parla, e parla e parla. E nel processo la sua voce ti resta a ronzare negli orecchi, se hai orecchi per intendere. Tutto un brusio che ti sembrava si confessasse con te sola. La memoria di ciò che conteneva, ciò che accoglieva, ciò che vi accadeva e come vi accadeva, impressa come un calco sul suo suolo, sulla natura, sulle forme, sul paesaggio – i due oceani “dell’ondosa azzurrità del mare”, la montagna che volger non ti puoi ove tu non la veda -, e inscritta nei suoi edifici, nelle sue costruzioni, nei suoi muri. Perché ogni luogo – ogni locus – esiste nel rapporto (dialettico) tra la sua dimensione topografica, spaziale, e la sua architettura. La reciprocità tra il palazzo e l’ambiente che lo cinge, l’inscindibilità tra l’opera e il suo sito.

Allora per farlo esprimere il luogo, per farlo manifestare, per farlo disvelare, per farlo ‘parlare’ alla tua immaginazione, devi fermarti lì, sostare lì, rimanere lungamente lì, tra le “cose della natura” e le “cose della strada”, e lasciare che la tua immaginazione gli risponda.

Table Mountain, fotografia, dorata, alberi, piante

E, all’improvviso, una raffica di vento mugghiante, tormentosa …wruuum uum e wruuuum e uuum… Quando da Buitengracht street svoltavi su Rieebeck street e il Cape Doctor ti rispingeva ostinatamente indietro, e indietro e indietro. E quei capelli invasati, isterici, spauriti come di salice piangente nel cuor d’una tempesta…
«Blow, till thou burst thy wind, if room enough!»
(«Che tu possa, o vento, soffiar, se n’hai lo spazio, infin che scoppi!»)
 

Quando un luogo comunica la sensazione che sia destino fermarsi proprio lì

Tutta Cape Town era ai tuoi piedi, con la sua griglia rigida di strade e i suoi blocchi regolari di case che dai pendii della montagna scoscendono verso la linea piatta e immobile del mare. Il mare. A ovest, l’Atlantic Seaboard e la spiaggia bianca di Camps Bay, e i (diciassette) picchi dei (non proprio) Twelve Apostles; a nord Robben Island, Table Bay, il fronte del porto con le sue banchine e i cargo e lo skyline di gru ondeggianti come il mare, e poi l’anfiteatro della City Bowl, incuneato tra la montagna e l’acqua.
In cima a Table Mountain. Poco più di mille metri di plateau con duecentosessanta milioni di anni di passato, la matrice che ha assorbito la memoria di secoli e secoli di osservazione, scrutatori di panorami, osservatori di vedute, naturalisti e indagatori di paesaggi, avventurieri e viaggiatori europei sedotti dalla promessa d’un primitivo Altrove, esploratori con gli occhi avidi di chi è alla ricerca di nuovi territori. Occhi imperiali(sti) che guardano e già pensano di penetrare, occupare, civilizzare, popolare. E prima di loro, molto prima di tutti gli altri, i Khoisan, gli indigeni che quel rilievo lo chiamavano con un nome (poeticamente) descrittivo, Hoerikwaggo, la “montagna nel mare”, ché le sue falde si bagnano indolenti nelle acque dell’oceano.

Table Mountain, oceano, fotografia, virata in rosa

 

Ti mette a disagio, o forse ti sconforta, che il toponimo che converte in realtà questa montagna, che gli dà vita, sia quello (prosaicamente) descrittivo affibbiatole da un ammiraglio portoghese (Antonio de Saldanha) in virtù della sua forma piatta, livellata. Che il privilegio di nominare sia stato sottratto proprio a coloro la cui identità più dipendeva dall’appartenenza a questo luogo. Che questa incarnazione visibile del Genius Loci – che “è soprattutto là dove il luogo appare notevole o per bellezza di panorama o per ubertà”, e se non qui, dove? -, non porti un nome indigeno, o almeno un doppio nome, un nome tipo Uluru/Ayers Rock, quello che gli aborigeni australiani spartiscono con (i discendenti de)gli europei che il monolite rosso l’avevano ‘scoperto’. Scoperto no, che non si scopre ciò che è ben noto ad altri. Semmai se ne prende possesso, ce ne si appropria. E non è pura coincidenza che il sito da cui la vista è la più bella sia anche quello strategicamente più conveniente a tale appropriazione, quello dalla cui quota lo spazio si offre allo ‘sguardo’ coloniale già come frazionato, trasformato, riorganizzato per usi imperialistici futuri.

La prima volta che hai messo gli occhi su questa città dalla sua altura (sacra) pioveva una pioggia minutissima, quasi nebulizzata, un giorno di fine inverno nell’emisfero australe, quando da noi l’estate s’attardava ancora. Un presagio di primavera era stato fugato da un fronte d’aria fredda arrivato senza avviso dall’Atlantico. Moody weather, moody weather blues. Un giorno d’inverno quando l’inverno era ancora la stagione verde, the wet season, e se voleva piovere pioveva. E pioveva allora, pioveva senza che si potesse prevedere, e anzi si doveva prevedere, che il cielo avrebbe smesso di mandar giù acqua. Senza che si potesse immaginare, congetturare, ipotizzare lo scenario apocalittico dei cinquanta litri pro-capite di consumo giornaliero d’acqua. When level 6b water restrictions hit Cape Town as the stormest of the storms, and whoosh and whoosh… And Day Zero started looming on the horizon. End of June. June’s end. End.

Cartelli, Save Water, Collage

Pioveva. Non t’eri spinta sul sentiero poco battuto che porta al Maclear’s Beacon, sul versante orientale del plateau, i piedi malsicuri sull’arenaria lustra, sdrucciolosa, la terra livida, bluastra, con quelle nuvole intrise d’umidore sotto il cielo pallido. Là, sui tre metri del cumulo di pietre del Maclear’s Beacon, ci sei arrivata in seguito, risalendo l’enorme squarcio della Platteklip Gorge, in un giorno d’inverno che sembrava estate, con un cielo d’un azzurro impossibile, irreale. The bluest sky you had ever seen, or so it seemed back then. Ci sei rimasta qualche ora lassù, in ascolto, with eyes wide open, a saturarti dell’orizzontalità di Hoerikwaggo, ad assimilarne la configurazione, ad assorbirne lo spirito (guardiano), lo spirito del luogo, in attesa che fosse la montagna a darti lumi… una nota pura sottile, come ritardata, al volgere del giorno (o al volgere della marea)..
La montagna (del mare) nel mare…e tutta la città ai suoi piedi, ai tuoi piedi, la città che vive del rapporto tra la montagna e il mare.

Fotografia, Devil's Peak, Lion's Head, antiche

È così che hai messo gli occhi su questa città la prima volta che l’hai visitata. La (prima) volta che hai capito che era impossibile perdersi a Cape Town per via della trinità di monti che la veglia. Devil’s Peak, Table Mountain, Lion’s Head. Lion’s Head, Table Mountain, Devil’s Peak. No, you can’t get lost in Cape Town. Un’occhiata di sfuggita oltre la spalla e eccoli lì, sempre lì. There is Table Mountain and there is Devil’s Peak and there Lion’s Head, so how in heaven’s name could you get lost?
Le nuvole, le nuvole sfilacciate e atomizzate e inconsistenti che, da sud, fulminee, guadagnano la cima …. fuggevoli, che diresti che stanno per svanire, e invece, fulminee, s’addensano e avviluppano la cima…un nembo gonfio, spesso, lanoso, che aleggia a metà costa. Il diavolo ha steso la tovaglia, ora di cena.

Che qual onda del mar se ‘n viene e parte

Il carattere di Cape Town sta nella sua bellezza, bellezza quasi tutta di natura, ché nel continuo “interscambio tra natura e cultura” di cui ogni luogo vive qua è il primo il termine che pesa. E tuttavia, ti sembrava che il carattere di Cape Town non si esaurisse soltanto in quella “sorta di unità che soddisfa la ragione” in cui consiste il bello, come se questa sua bellezza dovesse pagare pegno a qualche nume. Come se questa sua bellezza fosse stata violata per capriccio, permanentemente infragilita da una specie di precarietà congenita, da una instabilità continua, da una estrema esposizione agli elementi e alla bassezza delle cose umane. Che questa bellezza la rendono struggente, anche per via di quei suoi contorni inevitabilmente ruvidi, aspri, spigolosi. The weatherbeaten face of the Mountain. The roughness of the Sea at Cape Point. The unbearable sight of the clusters of shacks that form extensive townships on the edge of the city.

Del resto, tutto torna. Torna poiché Cape Town era stata destinata ad essere nient’altro che un luogo di frontiera, un luogo di mezzo, di transito, uno scalo per le navi che dall’Europa si mettevano in mare alla volta dell’India, dell’Estremo Oriente e poi ritorno e ritorno. Una stazione di rifornimento. Un porto di mare, e anche in senso figurato, nient’altro. (Senza nemmeno strutture portuali vere e proprie, tanto che i primi naviganti a sbarcare in città vennero tradotti a terra e scaricati sul molo prospiciente il Castello con l’ausilio delle barche a remi.) E infatti, nel primo mezzo secolo d’esistenza della colonia, under the Dutch rule, al Capo si costruì ben poco, e quasi solo per scopi governativi; cosicché all’inizio del Diciottesimo secolo i free burghers (assegnatari di terre coltivabili) ancora s’adattavano a vivere in tuguri. Nel 1717 quel villaggio con i tetti di paglia che s’estendeva da Long street a Plein street e dalla spiaggia che rasentava le fondamenta del Castle of Good Hope a Longmarket street, dove cominciavano gli orti della Compagnia delle Indie Orientali, contava appena centosettanta abitazioni private. Nel 1800 erano già un migliaio e il villaggio era stato soppiantato da una cittadina delimitata da Buitenkant street a est, da Buitengracht street a ovest, e dal margine dei Company’s Gardens a sud. I tetti non erano più di paglia ma prevalentemente piatti, ché gli incendi erano divampati con una frequenza tale da richiedere drastiche soluzioni alternative.

pianta Cape Town, 1700, fotografia molo, mare

Tuttavia il forestiero che fosse arrivato in città per svago o per commercio, la tormentata transizione dal dominio olandese a quello inglese l’avrebbe difficilmente indovinata dalle case. A Diciannovesimo secolo inoltrato, infatti, Cape Town era ancora una propaggine d’Olanda, con quelle case contegnose dai tetti a doppia falda, con quei muri spessi finiti a malta e stucco, con quegli stoep rialzati che correvano lungo la facciata bianca di case a piano unico. Si sedevano ai due lati dello stoep i free burghers e lì, in quel portico fresco e sonnolento che un giorno sarebbe stato arricchito da colonne, godevano dell’ombra delle querce.
No, il forestiero non l’avrebbe detto eppure, impercettibilmente ma immutabilmente, Cape Town stava diventando Regency prima di essere (molto) Victorian. Quelle strade con rows of Victorian double- storey houses, una appresso all’altra come filari di pioppi lungo gli argini, i portici frontali con le balaustre puramente ornamentali, highly decorative, elaborately trellised, le filigrane in ferro battuto tra le colonne snelle e la balconata del primo piano sulle colonne snelle, i soffitti alti, ariosi e le porte finestre che erano chiare promesse di vita all’aria aperta.

cape dutch house, Victorian double-storey house, disegni

Nessuna interruzione, nessuna separazione, ma un flusso, un traffico, una continua, incessante interazione tra interno e esterno, tra indoor e outdoor. Almeno nei propositi. L’osmosi tra dentro e fuori, la voglia di stare fuori, out in the open air of the streets, of the yards, of the balconies, of the porches, of the flowered verandas. Quanto somigliano ai costumi d’allora i costumi d’ora…
Le case vittoriane, lo stile vittoriano, il (dolce) modo di condursi vittoriano e infine una città dal carattere peculiarmente inglese. Quando, Vittoria reggente, Heerengracht street (la passeggiata dei gentiluomini) divenne Adderley street, i nomi dei negozi inequivocabilmente inglesi. Fletcher & Cartwright’s, Garlick & Co, J.W. Jagger & Co, Darters …

Adderle Street, 1800, Fotografia, scritta, the sea

Adderley Street, fontana asciutta, fotografia ritoccata

Però; però agli inizi degli anni Trenta e fino alla fine degli anni Trenta del secolo romantico, Adderley street finiva ancora in mare, direttamente in mare. La vedevi svanire lentamente in acqua, nel punto in cui attualmente c’è la fontana asciutta, secca, riarsa. Davanti all’improvvida statua di Van Riebeeck. Prima che il Foreshore and Land Reclamation Act facesse avanzare la linea di costa di almeno due km, allontanando per sempre la città dal mare. Il mare.
Singolare, pensi. Singolare cercare di trovare una casa in un luogo votato alla transienza, alla provvisorietà, al passaggio. All’impermanenza. Dove il mare parla di abissi e lontananze. Di terre perdute o forse mai trovate. Di viaggi e di partenze. Di naufraghi e relitti. Di sirene. E il vento, il vento non smette di soffiare…

Wind
You go but where you’ve been
You say you’ll stay but then
Like me you go again
Looking for a home
. . .

E leggi: Giuliana Andreotti, Rivelare il Genius Loci; James Hillman, L’anima dei luoghi; Christian Norberg-Schulz, Genius Loci. Paesaggio Ambiente Architettura; Isabella Lavelli, Il Genius Loci svelato; Stephen Watson (a cura di), A City Imagined; Tony Grogan (researched by), Forgotten Cape Town. A visual history 1850-1950; C. De Bosdari, Cape Dutch Houses and Farms; C. Pama, Regency Cape Town; C. Pama, Bowler’s Cape Town; Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili. E ascolta: Lee Hazlewood, Wind, Sky, Sea & Sand.

cornicetta1

DOVE

The Test Kitchen, The Old Biscuit Mill, 375 Albert Road, Woodstock, Cape Town,
South Africa, T. +2721 447 2337
http://www.thetestkitchen.co.za

Prenotare è un lavoro a parte. Non puoi lasciare niente al caso. Dalla sveglia all’orario deputato nel giorno deputato, ai dispositivi (multipli) su cui ti giochi il tavolo. È dura. Ma poi il tavolo ce l’hai e what comes next is pure, utter, sheer bliss. A cominciare dall’ingresso nella dark room, dove siederai con una manciata di altri commensali per godere di quello che è uno dei più entusiasmanti anticipi di cena a mia memoria. Due cocktails a persona per accompagnare il zig-zag intorno al mondo che ti regaleranno i complementi al bere. Ceviche dal Perù e ciccioli con spuma di Guinness dall’Inghilterra e quaglia tandoori dall’India e ortaggi crudi da intingere nella Ssamjang paste dalla Korea e Bo-Kaap slangetjies dal Sudafrica e wafer di orzo e ginger tostato, agnello affumicato e salsa Xo dalla Cina e billioner’s shortbread dalla Scozia, ma in versione salata, con shortbread di porcini, parfait di foie gras, cioccolato e foglia d’oro..sublime! Poi ti scortano fino a una porta con oblò, oltre la quale è luce. E però la light room is unlike anything you would expect in such a restaurant. E cioè è meno formale e più conviviale, più laid-back, più casual, più rilassato di ciò a cui ci hanno abituato tutta una sfilza di ristoranti titolati. Ti sovviene un izakaya giapponese, con quell’identica atmosfera animata e calorosa, la cucina a vista con una quantità di cuochi indaffarati e i tavoli pieni di gaudenti. Poi, il servizio è professionale per quanto mai ingessato, affabile e attento ma non invadente, knowledgeable e appassionato.
Il menu degustazione, che prevede una sequenza di sette portate (e offre un paio di alternative ai piatti di mezzo), fila via sapientemente orchestrato, perfettamente cadenzato, precisamente calibrato, muovendosi boldly, arditamente, sagacemente, tra sapori morbidi e sapori rotondi, decisi, a volte persino sensuali (le animelle di manzo), attraversato da cima a fondo da un pensiero nitido, preciso, da una personalità forte, esuberante, che nessuna pietanza mette in ombra. Luke Dale-Roberts, imponente, che dirige la brigata di cucina saldamente piazzato in mezzo alla cucina.
Trota affumicata, blinis di grano saraceno, velouté di crescione; Funghi di stagione e estrazione di sedano rapa; Capasanta, cavolfiore e formaggio, salsa all’aglio nero (o risotto di granchio e mais con spuma di mais); animelle di manzo, asparagi, piselli, spugnole, salsa olandese di porcini (o insalata di testa di maiale, pie di maiale); Springbok, barbabietola rossa, midollo e curd di nocciola. Predessert: Eton Mess di aneto e frutti di bosco, neve di lime e amasi (latte fermentato). Dessert: Pesche e lavanda.
Menu a R1800, con Tea pairing R2200, con Gourmand wine pairing R2550, con Iconic Wine pairing R2950.

portate, cena, test kitchen, fotografie cibo

Ad aprile e fino alla fine di maggio, Luke Dale-Roberts aprirà all’interno di The Test Kitchen un pop-up restaurant aptly named The Drought Kitchen, in cui proporrà una reduced-water dining experience e intenzionalmente testerà l’enorme impatto della scarsità d’acqua sulla sua cucina. Il pasto verrà servito su un tavolo privo di tovaglia e il tovagliolo di stoffa lascerà il posto a un tovagliolo di carta monouso, e monouso e intercambiabili saranno anche i fogli di carta che riempiranno le cornici di legno su cui si consumerà il pasto.

Due parole sugli altri brainchildren di Dale-Roberts, non perché non meritino che ci si spenda ben più di qualche riga, e che ci si vada e ci si rivada, se è per questo, ma perché il firstborn inevitably steals the show, eclipsing his younger, and very talented, siblings. The Shortmarket Club (88 Shortmarket Street, Cape Town, South Africa, T. +2721 447 2874) e The Pot Luck Club (Silo Top Floor, The Old Biscuit Mill, 373-375 Albert Road, Woodstock, Cape Town, South Africa, T. +2721 447 0804).
Il primo club, classicamente moderno, per una cena più tradizionale in termini di organizzazione del menu e di struttura del pasto, con una linea di cucina coerente dagli starters ai dessert, dove ogni piatto è una rivisitazione moderatamente creativa e impeccabilmente eseguita di un piatto di altre, diverse tradizioni. Che spesso vanta un equilibrio raro tra sapore, forma e ricerca della leggerezza. Pensa alla guancia di maiale croccante, al polpo crispy in stile Cape Malay, alla crème brûlée lavanda e mozzarella. Il secondo club, fulgidamente contemporaneo, per una cena più divertente, più intrigante, più cool, il cui menu is a playful take on tapas-style cuisine from around the world, i cui piatti sono evidentemente designed for sharing. Li selezioni da una carta suddivisa in cinque sezioni corrispondenti ai cinque gusti (salato, acido, amaro, dolce e umami + dessert finale) e gli chef mettono in progressione le portate in base alle tue scelte. Cominci con i sapori più delicati e termini splendidamente con quelli più decisi. I fish tacos e i fish sliders sono imperdibili, così come lo sono i crispy calamari, i peri peri prawns, il tataki di manzo e il filetto di manzo affumicato con café au lait tartufato. Ah, poi ci sono le fries di ceci con salsa aioli…stragolose…