Follow Us

Copyright 2014 Brand Exponents All Rights Reserved


MOTHER CITY

Cape Town Notes (Prima parte)

Non la ostruzionata gioventù sa dire
chi sarà suo padre, ché lo odia, ma essa sa riconoscere
sua madre, che la allatta.
Amelia Rosselli, La libellula, 1966

Nella lingua che parlo, vibra la lingua materna,
lingua di mia madre, meno lingua che musica,
meno sintassi che canto di parole…
Hélène Cixous, La venuta alla scrittura, 1986

 

LA LINGUA/LE LINGUE

Quindi, se vuoi davvero ferirmi, parla male della mia lingua.
L’identità etnica è gemella della identità linguistica – io sono la mia lingua.
Gloria Anzaldúa, Terre di confine/La frontera, 1987

 

Madre slega la mia lingua 

Finché posso parlare, finché posso narrare. Forse era questo il pensiero che turbava han≠kass’o, e prima di lui |a!kunta, ||kabbo, ≠kasin e |dia!kwain, quando metteva la sua lingua nelle mani di quella donna bianca inglese che ogni giorno stava lì, col puritano vestito accollacciato, a sentirlo raccontare. A testa bassa, le mani che si muovevano diligentemente sulla carta a annotare le testimonianze in lingua |xam di quell’informatore boscimano (dall’olandese boschjesman, uomini della boscaglia) del Capo che fino a qualche anno prima era stato recluso nella prigione di Breakwater.
Era il 1878 a Mowbray, allora un sobborgo agreste della Cape Town sottoposta alla Corona inglese, alberi di Marula e di Casuarina, e bocche di leone e buganvillee nel florido giardino della casa in cui Lucy Lloyd e suo cognato Wilhelm Bleek riempivano migliaia e migliaia di pagine di conversazioni sulla cosmogonia boscimana, sul folclore boscimano, sulle vicende personali di quei boscimani |xam che si stavano estinguendo con la loro lingua. Era il 1878 a Mowbray quando Lucy trascrisse foneticamente le parole morenti che han≠kass’o pazientemente le dettava, schiudendole il suo mondo. Quel giorno, come fosse oggi, fu il giorno di una delle antiche leggende San con per protagonista |kaggen, poi Mantide, signore di una razza primigenia vissuta in un tempo primigenio in cui nel creato tra uomini, animali e cose quasi non c’era distinzione e l’universo era un unico corpo animato, senziente, palpitante.

Table Bay, mappa, fotografia, baia

E Lucy scrisse. La storia mitologica di un |kaggen in là con gli anni che, venuto a conflitto con coloro che stanno seduti sui calcagni (i babbuini), manda suo figlio in cerca di rami da farne strumenti atti alla battaglia. Le estremità affilate come frecce, pensa. Ma i babbuini hanno affilati i sensi, l’ingegno acuto, e il giovane figlio di |kaggen lo attaccano prim’ancora che si sia messo all’opera. Solo due colpi: il primo gli schiaccia orribilmente il cranio e il secondo gli spodesta l’occhio dalla sede. E quell’occhio sfuggito alla sua orbita i babbuini giocano a lanciarselo, come palla da gioco tra bambini. |kaggen la vede in sogno la sciagura, lui che può trasformare in realtà quello che sogna, e furtivamente si infiltra nel gruppo delle scimmie e astutamente recupera l’occhio di suo figlio e, dotatosi di un paio d’ali, se ne vola verso una pozza d’acqua e lì si ‘posa’. Seduto sulla riva, |kaggen fa scivolare il bulbo dentro l’acqua e implora che quel globo ridiventi uomo.
Tra le sue genti, a casa, il racconto dell’avventura funesta solleva solo una domanda secca, scarna, quasi brutale: “Cosa ti spinge ad andare tra stranieri, tra persone che sono differenti, |kaggen?” E la risposta, altrettanto disadorna, altrettanto spoglia: “Il desiderio, desiderio del figlio che ho perduto”.
Tornato sull’orlo della pozza dove ha lasciato cadere l’occhio del suo bimbo, |kaggen lo sente sguazzare nell’acqua trasparente.
In questa storia esemplare di incontri (e scontri) con il diverso, e della pulsione che li muove e della repulsione che li frena e della chiusura che li minaccia, la storia della colonia del Capo, la storia di Cape Town.

Cape Town, veduta aerea, mappa, baia

 

Lo straniero che viene a turbare la mia casa …

I primi diversi con cui il portoghese Vasco da Gama entrò in contatto quando approdò sulla costa sudafricana, nel sito dell’odierna Mossel Bay (al tempo Agra de São Braz), erano un gruppo di duecento ottentotti , “vecchi e giovani”, con al seguito una dozzina tra tori e mucche, e pecore quante sono le dita di una mano. Quasi certamente pastori Khoi-San.
Due dicembre 1497. Ne dà conto un brano del diario di viaggio di da Gama. Che continua dicendo della buona accoglienza che quegli indigeni fecero alla sua flotta, stante l’impossibilità di comunicare altro che a gesti. Un’esibizione musicale improvvisata, quattro o cinque flauti suonati contemporaneamente, “di cui alcuni producevano note basse, altri note alte”, che ne veniva fuori un’armonia gradevole, un fatto sorprendente da chi si sarebbero aspettato poco versato in questo genere di attività, o di arti. Poi quello che pregiudizievolmente s’aspettavano, un ballo “alla maniera dei negri”, il cui contrappunto fu un ballo alla maniera dei bianchi lassù, a bordo delle navi. L’universalità dell’arte opposta all’unicità della lingua.

Un altro diario, il Daghregister di Jan van Riebeeck, a dare la misura di come l’arrivo degli olandesi a Table Bay, che per più di un secolo era stata chiamata Aguada de Saldanha dal nome del primo navigatore che era sbarcato in quella baia (1503), stesse drasticamente riducendo lo spazio di mediazione tra coloni(zzatori) e nativi. Van Riebeeck aveva toccato terra il sei aprile del 1652, in nome e per conto della Compagnia delle Indie Orientali, la Vereenigde Oost-Indische Compagnie (VOC), il cui scopo dichiarato era quello di stabilire una stazione di rifornimento per le navi dirette alla volta delle Indie su quella parte estrema dell’Africa australe che era il crocevia perfetto tra tre continenti. “Una sintesi nella dialettica tra” Europa, Africa e Asia.
Dalle caravelle, via via che s’appressavano all’insenatura, i naviganti avevano avvistato la lunga costa nuda e scabra ai piedi di quella montagna stranamente piatta, livellata – Table Mountain -, con i suoi declivi boscosi, arbustivi, che precipitano a scapicollo in mare, con quei picchi che la accerchiano ai due lati quasi fossero di guardia. Duiwels Kop, Devil’s Peak, a Oriente, Leeuwen Kop, Lion’s Head, a Occidente. Pare che sir Francis Drake, nel 1579, non avesse esitato a definire questo Capo “ la cosa più imponente e il più bel Capo mai apparso sull’intera circonferenza della terra”.

Table Mountain, montagna, disegno, fotografia

Allora. Il diario di van Riebeeck, o meglio, il diario della Compagnia delle Indie Orientali, la prima multinazionale del pianeta (quotata sulla borsa di Amsterdam nel 1602). Una presenza ricorrente, insistente, quasi ossessiva, quella di un ottentotto incapace di adeguarsi a regole e a controlli e però così indispensabile per piegare alle proprie necessità quel mondo così estraneo, per popolarlo delle proprie intenzioni, per sottometterlo ai propri intendimenti. Autshumao, o Herry o Harry, che nel 1631 gli inglesi l’avevano imbarcato su una nave e portato fino a Bantam, nell’isola di Giava, che, nell’anno che aveva trascorso tra il viaggio in nave e la permanenza a Giava, aveva familiarizzato con l’inglese e ora l’inglese lo usava per fare da intermediario tra gli olandesi e le tribù che vivevano lì al Capo. Baratti, scambi, trattative, bestiame che passava di mano e tabacco che passava di mano e alcool che passava di mano e lui a mediare. Possedeva la parola, il discorso, la lingua, Autshumao, e ne faceva commercio. Traduttore, traditore. Del resto, la lingua dei Khoi-Khoi, quell’idioma dalla fonetica impossibile, tutti quei click prodotti schioccando la lingua sul palato, quelle consonanti avulsive, quelle vocali aspirate, nasalizzate, e quei vocaboli bruschi che il significato lo decide il tono, van Riebeeck e il suo equipaggio non potevano risolversi a impararlo. Ecco perché di Autshumao e di altri go-between come lui non c’era di che farne senza, per quanto miserabile fosse quella sorta di capo degli Strandlopers o Watermen, una cinquantina di indigeni gracili e indigenti (del clan Goringhaicona) che non possedevano armenti e vivevano di ciò che riuscivano a procacciarsi rovistando quotidianamente lungo la costa avara.

flora, Table Mountain, arbusti, protea

Poi è arrivata lei, la nipote di Autshumao, figlia di sua sorella. È arrivata Krotoa, alias Eva, come la progenitrice di noi tutti; Krotoa che ha preso su di sé il ruolo di tramite, informatrice, guida alla geografia della penisola del Capo e pure ai costumi e alle credenze dei suoi autoctoni; che ha accolto su di sé la colpa di chi ha compromesso l’autenticità e ha contagiato la purezza della propria società natale, della propria comunità, famiglia, cultura, tradizione. Di chi ha “corrotto e contaminato l’originale che è” l’Africa, la sua Africa.
Traduttrice, traditrice. Come Malintzin e Pocahontas prima di lei, altre donne native in altre terre di conquista (rispettivamente l’America Centrale e la Virginia). Traduttrice, traditrice. O almeno, la Storia l’ha messa (l’ha messe) al suo servizio in questa veste scomoda. Come se la consapevolezza che verosimilmente aveva della propria posizione e di se stessa potesse predisporle un’altra sorte. Krotoa che era stata incorporata nell’entourage di van Riebeeck e aveva sposato il chirurgo della Compagnia di van Riebeeck e aveva generato i primi figli di razza mista dello stanziamento di van Rieebeck. Madre non solo di meticci, mestizos, coloureds – la cui sola presenza accordava al padre il diritto al suolo -, ma anche di quell’impero che è disceso, che sarebbe disceso, dal suo tenersi abilmente in equilibrio tra due lingue.

Fotografie epoca, africani, indigeni

E intanto, intanto lo sparuto insediamento di van Riebeeck diventava un forte – Fort de Goede Hoop, Forte di Buona Speranza – e poi il forte un Kasteel de Goede Hoop (esattamente nel mezzo di quella che oggi è Adderley Street), un presidio a forma di pentagono stellato con un bastione e un fossato difensivo ad ogni angolo, che i Khoi-San lo chiamavano kuikeip, il “luogo di pietra”, loro che costruivano i pondokkie con i rami e il fango. Adiacente al Kasteel, un giardino su modello di quelli europei –The Company Gardens -, una bizzarra striscia di verde ai piedi della Montagna della Tavola, ripartita in lotti coltivati a frutta e a verdura e attraversata da sentieri bordati di alberi fiorenti che schermavano l’orto dall’inclemenza del southestern. Certo, era difficile trovare qualcosa di più incongruente in quel paesaggio “vasto, vuoto, silente”. Ma più di quel giardino dissonante nello spazio inviolato dal tempo, eterno, smisurato, ciò che “stabilì il tono politico dei secoli a venire” fu quel duplice filare di mandorli selvatici sorto tutt’intorno all’insediamento a fare da barriera tra gli europei e i nativi.

Tuttavia, e già dai primi anni del dominio della Vereenigde Oost-Indische Compagnie su Table Bay, gli olandesi non poterono evitare, e anzi formalmente non ostacolarono, quel processo di ibridazione, di métissage, di contaminazione tra etnie, geni, culture, lingue che finì per contraddistinguere il Capo allora come ora. Da colonizzatori, gli olandesi, avevano intrecciato relazioni intime con i colonizzati, per quanto i rapporti di forza fossero asimmetrici. Krotoa docet. Da padroni intrecciarono relazioni intime con gli schiavi che avevano iniziato ad importare dal Madagascar e dall’Africa continentale e dall’India e dall’arcipelago malese per lavorare la terra che, gradualmente ma sistematicamente, espropriavano agli indigeni.
Ne nacque un razza mista, meticcia, razza di coloureds, numericamente significativa, fisicamente disomogenea, figlia qual era degli intrecci tra individui provenienti da tre continenti. Una razza tra, tra bianchi e neri, tra afrikaner – i discendenti degli olandesi –, e africani – i discendenti degli aborigeni -, senza i privilegi concessi ai primi e senza (tutte) le restrizioni inflitte ai secondi. Che condivideva con gli afrikaner una lingua semi-creola, l’afrikaans, in tutta probabilità l’antica lingua delle negoziazioni e dei legami tra bianchi e non-bianchi, la lingua dei dialoghi stentati e difettosi e semplificati tra europei e non-europei al Capo. V’erano confluiti l’olandese, il portoghese creolo (la lingua franca nel centro nevralgico della Compagnia delle Indie Orientali a Jakarta), il francese, il basso tedesco, l’inglese, il malese, il Khoi, in quella lingua che gli afrikaner parlavano orgogliosamente, e i coloureds parlavano loro malgrado. Soffrendo l’umiliazione di chi tra le due lingue dei bianchi parla quella meno “civilizzata”; sentendo l’inadeguatezza di chi l’altra lingua dei bianchi, l’inglese, la lingua del potere, la lingua al potere, non è in grado di padroneggiarla fino in fondo e sa che lo si avverte. L’inglese, divenuto lingua obbligatoria quando la colonia del Capo passò ufficialmente e definitivamente nelle mani della Corona inglese (1806) e lo stanziamento che era stato di van Riebeeck ed era divenuto una città sotto gli epigoni di van Riebeeck, da Kaapstad si trasformò in Cape Town.

Table Mountain, pendii, oceano, tramonto

Cape Town con la sua specifica declinazione di afrikaans, il Cape afrikaans (o afrikaans kaap) dei coloureds musulmani del Capo, meglio noti come malesi del Capo, per lo più schiavi affrancati di origine indiana e indonesiana che dal tardo Diciottesimo secolo costituirono una comunità residenziale nell’area colorata di Bo-kaap. E lì, in quell’unico centro islamico della colonia, parlarono quella lingua composita fiorita dal contatto tra una varietà nativizzata dell’olandese/afrikaans, il portoghese creolo e il malese, ma anche dalle alterazioni di pronuncia che la trascrizione in caratteri arabi dei suoni dell’afrikaans produsse su quella loro lingua. Che quando giravi per Bo-kaap le vibrazioni di quella lingua (musica?) si prolungavano nel canto lamentoso del muezzin…
E poi lo Xhosa, la lingua della quasi totalità della popolazione nera di Cape Town. Lo Xhosa che gli africani cresciuti a coltivare cereali e allevare bestiame nelle aree rurali dell’Eastern Cape portarono a Cape Town quando si inurbarono per cercare lavoro. Lo Xhosa che lo senti parlare a Khayelitsha, a Site C, a Crossroads, a Langa, a Nyanga, a Gugulethu, a Mitchell’s Plain… , dove non si parlano né l’inglese né l’afrikaans, dove non si è né bianchi né coloureds, “and that has made all the difference”. E questo ha fatto e (ancora) fa tutta la differenza.

La differenza, le differenze. Pensi a questa storia imperfetta, incompiuta di pluralismo linguistico, culturale, etnico, la storia di Cape Town.
Poi pensi un pensiero rovesciato. E se circa quattro secoli fa, al Capo, Krotoa – traduttrice, traditrice – avesse dato consapevolmente o inconsapevolmente inizio ad un forma originale di modernità creola, dialogante, relazionale invece che a un brutale impero coloniale???

E leggi: Zoë Wicomb, Cenere sulla mia manica; Pippa Skotnes, Claim to the Country: The Archive of Lucy Lloyd and Wilhelm Bleek; James Bryce, Impressions of South Africa; Rajend Mesthrie, Language in South Africa; Siegfried Huigen Knowledge and Colonialism: Eighteen-century Travellers in South Africa; Hedley Twidle, Prison and Garden. Cape Town, Natural History and the Literary Imagination; Denis-Constant Martin, Sounding the Cape. Music, Identity and Politics in South Africa; Neville Alexander, Language Policy and National Unity in South Africa/Azania; Norma Alarcón, Traddutora, Traditora: A paradigmatic Figure of Chicana Feminism; Pamela Scully, Malintzin, Pocahontas, and Krotoa: Indigenous Women and Myth Models of the Atlantic World.

cornicetta1

DOVE

La Colombe, Silvermist Wine Estate, Constantia Main Rd, Constantia, Cape Town,
South Africa, T. +27 21 795 0125
https://www.lacolombe.co.za

Ci passerai davanti parecchie volte prima di vedere la svolta che sale verso la collina. Soprattutto se ci andrai di notte, quando la strada silvestre difficilmente potrà fornirti lumi. Meno che mai te ne fornirà il navigatore, che si ostinerà a farti girare in tondo, forse confuso dalla precedente location del ristorante di Scot Kirton. Che sempre nella bella area di Constantia si trovava, all’interno di una delle aziende vinicole della zona – Constantia Uitsig -, prima che il trasloco di fine 2014 lo portasse tra i vigneti di Silvermist, un’altra wine estate arrampicata sui declivi selvosi della Table Mountain, e dentro al parco nazionale della Table Mountain, lungo una strada scenica che, attraverso il passo di Constantia Nek, arriva fino a Hout Bay.
Dalla sala del ristorante, che è accoccolato in mezzo alla boscaglia, la vista sprofonda sul rigoglio della riserva naturale di Oranjekloof (il lato posteriore dei Twelve Apostles) e poi scala i pendii bluastri sullo sfondo, alla ricerca di un baluginio della città che s’è lasciata dietro. Vana ricerca, ché qui di urbani ci sono solo i modi…
Scot Kirton era il sous-chef di Luke Dale-Roberts ai tempi in cui La Colombe ne era il fulgido regno, e ha preso il suo posto quando Dale-Roberts ha lasciato le idilliche mansions di Constantia per le prosaiche warehouses di Woodstock, dove ha audacemente fondato il suo Test Kitchen. Così, dalla fine del 2010, La Colombe è nelle mani di questo chef schivo e modesto, che considera il pasto un’esperienza di appagamento a tutto tondo e infatti comincia a predisporlo autoproducendosi (biologicamente) gli ortaggi nel bell’orto. Ingredienti rigorosamente stagionali, materia prima selezionatissima, tecnica solida, ricerca e sperimentazione continue (con un occhio alla cucina francese moderna e un altro a quella asiatica), per una cucina che mira a spiazzare con abbinamenti inconsueti, nati da qualche idea schizzata su un taccuino e dal confronto proficuo con altre culture gastronomiche e altri cuochi. Cucina che osa, sì, ma che, anche nelle portate più azzardate, è governata da armonia e leggerezza rare a trovarsi…(per non tacere poi dell’armonia estetica che regola la presentazione di ogni piatto).
L’accoglienza, va da sé, è impeccabile, non meno che il servizio.  Due i menu degustazione: il full gourmand da 14 portate o quello in versione ridotta da 10 portate.
Ti può capitare: Pane con lievito madre, midollo, pesce marinato; La Colombe garden (involtini di carta di riso con polvere di porcino e granella di cacao, tartare di angus, parfait di fegato di pollo con nocciole, fiori eduli…); Ostrica della West Coast, caviale, calamansi (citrofortunella microcarpa), mela e soya; Lingua d’agnello e animelle, aglio affumicato e topinambur; Tonno “La Colombe” (ormai un classico, servito in scatola, è un tataki di tonno con salsa ponzu, yuzu, zenzero e funghi shiitake); Bao al vapore con pancia di maiale; Cappesante scottate al miso, quaglia, pastinaca, mais grigliato, bok choy; Linefish (pesce da lenza), calamaro, cozza, chorizo, coriandolo e salsa soubise (salsa alla cipolla); Cremoso di cioccolato Azelia, gelato di topinambur, pompelmo e briciole di nocciola….

Foxcroft, Shop 8/9, High Constantia Centre, Groot Constantia Road, Constantia, Cape Town,
South Africa, T. + 27 21 202 3304
https://www.foxcroft.co.za

Da Foxcroft, la nuova creatura nata nel 2016 dalla collaborazione tra Scot Kirton e lo chef pasticciere Glen Foxcroft Williams, l’esperienza culinaria è più informale, più rilassata, più abbordabile che nel ristorante di alto profilo di cui sopra, e tuttavia non è studiata, preparata, ragionata con minor cura del dettaglio. Cioè a dire, comunque sofisticata, comunque di alta scuola, eppure adatta a tutte le occasioni (dato l’impiego di ingredienti più ‘umili’ e semplici). Uno di quei posti che ci si dannerebbe l’anima pur di averlo sotto casa. La filosofia è la stessa del sister restaurant, stagionalità, stretta collaborazione con i produttori locali (e i fornitori internazionali) per garantire il pregio del prodotto, e in aggiunta un panificio interno che sforna in quantità (e qualità) pane, croissant, brioche, dolci da forno e altre delizie per irrecuperabili sweet tooth. Menu da due tapas, un piatto principale e un dessert a circa 30€ a commensale.
Assaggi: Ostriche Martini; Piatto di salumi; Guancia di maiale croccante, polpo marinato, tamarindo, ananas, coriandolo; Uovo di gallina a 64°C, pudding nero, mela affumicata, brodo di maiale; Trota di Franschhoek affumicata, ravanello fermentato, avocado, rafano; Petto d’anatra, mela cotogna, noci pecan, cavolini di bruxelles, cicoria; Linefish, anacardi, finocchio, brodo di cocco; Agnello in cottura lenta, cavolo riccio, ortica, mostarda al whiskey, menta; Guava, cheesecake al lime, tipsy tart, cocco; Mela cotogna caramellata, ganache di pastinaca, gelato di farina d’avena, Banana cake, cioccolato Bahibe, caffè, rhum…