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MEDITAZIONE MILANESE

(Seconda parte)

Milano è una brutta e mal combinata città;
non occorre essere nati a Roma, né a Genova,
per saperlo e per affermarlo: ed è tale perché lo
studio dei fatti e la discriminazione e la vigilanza
del meglio e del peggio non hanno assistito alla crescita:
come certe ragazzone dementi, venute su alla buon’ora e
nell’abbandono di tutti, a furia di polenta e di busse.
Carlo Emilio Gadda, Libello, 1938

 

MILANO CITTÀ CHIUSA

Milano, anche come conformazione fisica, è atta alla civiltà chiusa. La sua forma a ruota la destina a raccogliere e ad accentrare.
Alberto Savinio, Ascolto il tuo cuore, città, 1944

Stavolta avevi pensato a un’osservazione nella sostanza non dissimile da questa di Savinio, formulata proprio dal fratello maggiore di Savinio, Giorgio de Chirico, il pittore metafisico. Risaliva al 1920 quella considerazione, il 1920 in cui abitavano in via Lauro con la madre, Alberto e Giorgio, e lì, in quel “buon quartiere” della Milano primo novecentesca, coltivavano i rispettivi, notevoli, talenti con ponderazione, con applicazione, con inesausto zelo.
Tempo prima era stata la lettura di alcuni versi nostalgici del Vespro di Parini a balenare a Giorgio un “sentimento geografico milanese”. Quando il giorno “al suo fin corre” e il mondo sfugge “al guardo della immensa luce” e il sole “manda gli ultimi saluti all’Italia”. E la giustezza di quel (milanese) sentimento vespertino allora appuntato al margine dei versi, gli si confermava ora, nel 1920 in cui la nota gli era ricapitata tra le mani. Perché a de Chirico Milano appariva ancora sotto l’influsso della sua “disposizione piana”, di quella “calma e quell’equilibrio che emanano dalle sue mura, le sue piazze, i suoi monumenti, i suoi orizzonti”. Dalla sua geometria e la sua razionalità, e dalla sua regolarità e la sua linearità che sono “corazza e paratoio contro l’ostilità degli elementi e degli uomini”. L’ostilità appena al di là di quelle linee rassicuranti e piane.

Forse è per questo che l’ora in cui si risolve ad annottare sembrava a Massimo Bontempelli l’ora più bella di Milano. Col sole che scompare all’orizzonte e la tranquillità che scende piano piano sulle case e il mondo chiuso fuori delle case. Forse è per questo che quando il cielo striato della sera t’appare al limite dei viali rettilinei tendenti verso un punto di fuga dal qui e ora, Milano sembra bella. Bella sopra i tetti su cui “c’è di tutto”, bella sopra i tetti dalle “inclinazioni diverse, ma tutte pessime”, bella sopra i grattacieli allucinati e smunti. E bella sotto, ad altezza di sguardo, con gli edifici e i tracciati ovattati dai bagliori del crepuscolo e nondimeno regolari, logici. Il “sentimento geografico milanese” per (sua) essenza.

viale Tunisia, rettilineo, crepuscolo, palazzi

Del resto, è stata probabilmente la volontà di dargli una “sintassi diritta” e chiara e trasparente che ne rispecchiasse l’intima sostanza, – l’intima dirittura, la rettitudine, l’ordine, la nettezza -, è stata questa volontà a fare di Milano la città in cui l’antico ha incessantemente lasciato il passo al nuovo, nuovo su antico, nuovo su antico, e ancora nuovo, nuovo, nuovo su antico, finché s’è cancellato ogni segno visibile del passato. Infatti, che nella Milano d’oggi non vi sia traccia di reperti e ruderi non vuol dire che Milano non possieda un’antichità sondabile, per quanto con fatica. Che Milano non sia una città di rovine come lo sono Atene o Roma o Napoli, non significa che non sia una città archeologica. Piuttosto lo è in un senso per niente manifesto, laddove una “matrice antica”, sepolta sotto il cumulo dei secoli, permane a farle da inafferrabile sostrato in luogo dei reperti a cielo aperto.

E dunque. L’indifferenza di Milano a “tutto quanto non è suo”, che Savinio chiamava chiusura e de Chirico corazza, ha prodotto un modo tutto suo, tutto milanese, di intervenire sullo sviluppo cittadino in maniera tutt’altro che conservativa. La città romana e medievale con il suo dedalo irregolare e contorto di vicoli e straducce di cui non v’è memoria. Un modo tutto suo di stabilire una continuità tra la visione ideale che (i milanesi e) Milano aveva di se stessa, tra lo spirito di Milano, e la forma che il tessuto urbano andava via via assumendo. Un modo tutto suo di darsi una “fisionomia architettonica” in cui l’identità alla quale aspirava trovasse risonanza, in cui le reali necessità cittadine trovassero espressione, in cui il legame con la società di volta in volta presente non fosse interrotto per ‘obiettivo’ immobilismo storico. Mì foo come voeri mì, come voeri mì. La città votata ai commerci e fattiva e produttiva con le sue esigenze di continua trasformazione, di continua e indisciplinata (ri)pianificazione; che la difesa delle “zone antiche per privata mania archeologica” non poteva che risultarle, e le risultava, invisa.
Mentre oltre quei “confini meravigliosamente economici” la modernità, “questo gran mistero”, abitava ovunque a Parigi. E a Londra. Anche nella desolazione, anche nell’oscurità, anche nella sordidezza, anche nell’immoralità, anche nel disordine che s’oppone alle spianature e ai risanamenti.
Il sentimento (geografico) della metropoli moderna.

INTERMEZZO SENTIMENTALE  

Era la città che adolesceva, ma che, nella crescita precoce ed eccitata da fomenti estranei troppo caldi ed eccessivi, conservava la sua
nativa e genuina fisionomia; la Milano fine ed intellettuale, in cui le Arti avevano la preeminenza sopra i traffici e le officine.

Gian Pietro Lucini, Passeggiata sentimentale per la Milano di “l’Altrieri”, 1911

Tutta quell’ansia scomposta di allinearsi al tempo che va via “e l’uom non se n’avvede”, quella frenesia di fare tabula rasa del passato ch’è passato, e nella seconda metà dell’Ottocento, e poi a fine Ottocento, la campagna ancora s’addossava alle porte di Milano.
All’epoca in cui l’avevano preso a dimora i bohémien nostri, gli scapigliati, il borgo Monforte – incluso tra gli odierni corso Monforte, corso Venezia e viale Majno –, aveva le strade tutte circonfuse di giardini, quando non di pianure verginali, e fiancheggiate dalle ortaglie, quando non dai campi felicemente incolti. “A due passi dalla Prefettura, a dieci dal corso Vittorio Emanuele, pareva d’essere in fondo a una campagna remota” e centenari platani frondosi e ippocastani frondosi allungavano le loro chiome dappertutto e gettavano “ombre spesse” dappertutto, e sotto quella prodigalità di gronde e in mezzo ai chiaroscuri e in mezzo ai prati verdi, all’aperto, si muoveva la schiera dei nostri travagliati scapigliati. (Giuseppe Rovani, Cletto Arrighi e i loro discepoli) Emilio Praga, Camillo e Arrigo Boito, Carlo Dossi, Iginio Ugo Tarchetti, Luigi Gualdo, Roberto Sacchetti …, tutti quei giovani “crucciosi” che bevevano “l’auretta” campestre in via Vivaio, in via Conservatorio, in via Rossini, in via Borghetto, e assaporavano l’aria pura, ché allora si poteva, e andavano adagio, con agio, ché allora Milano non ne sapeva niente della fretta, della velocità che la possiede oggi.

piantina milano, foglie ippocastani, cespugli, verde

Finché a quella generazione turbolenta non gli toccò d’assistere, o di cominciare ad assistere, alla trasformazione, allo ‘snaturamento’. Finché quei poeti non videro l’industria conquistare “le strade erbose e suburbane” e la natura e l’arte allontanarsi definitivamente da Milano.
E quando arrivò Gadda e toccò a Gadda dirlo con parole proprie, l’ingegnere-scrittore disse semplicemente che la “società milanese” era “laboriosa, ma non colta”. Allora, ora, che i traffici e le officine sopravanzavano, sopravanzano, largamente le arti. Che la “venale e larga galanteria milanese” era andata, è andata, perduta irremissibilmente.

IL MICROSCOPICO PARIGI DELLA LOMBARDIA

Scuri, zappe, arieti,
Smantellate, abbattete e gaia e franca
Suoni l’ode alla calce e al rettifilo!
Piangan pure i poeti.
Case nuove, Arrigo Boito, 1866

Lucini si chiedeva se fosse “più sana, più costumata, più libera” Milano dopo che le demolizioni avevano allargato le piazze e consegnato le strade al primato del rettifilo; dopo che il quattrocentesco casamento popolare che rispondeva al nome di Coperto dei Figini era stato abbattuto per fare spazio alla Galleria Vittorio Emanuele di Mengoni; dopo che il sudicio “baraccone di legno” che ospitava spettacolini d’opera e di ballo a un passo dal Castello era stato smantellato per costruirvi un ben più autorevole teatro (il Dal Verme); dopo che era stata interrata la cerchia interna dei Navigli e le vie navigabili avevano ceduto al “ferrato cammin” l’onere del trasporto di mercanzie, “di gente e di popolo”. E dalla Stazione Centrale, sorta sulle ‘macerie’ di antiche catapecchie site appena al di fuori dei Bastioni, “la riga fantastica del fumo” ricalcava a paro a paro la “linea dell’antico bastione”. E sulla piazza del Duomo, un torneo di tramvai elettrici, quella che per ogni ambrosiano “è ciò che si dice una cosa indovinata”, scivolava sulle rotaie scintillanti “come sopra l’olio”.

demolizioni, piazza Duomo, progetto, Galleria Vittorio Emanuele

Sarebbe stato più giusto conservare staticamente la città antica? Lo sarebbe stato, pensi, solo se i resti non li si fosse conservati staticamente, e cioè identici a com’erano, ma come elementi di un nuova visione, di una reinvenzione, di una reinterpretazione. Perché nessuna eredità, nessuna tradizione, si custodisce degnamente senza trasfigurarla, senza trasporla, senza tradirla, e irreversibilmente. Come sa bene qualsiasi traduttore.
Ma Milano un piano regolatore organico che, appunto, regolasse e disciplinasse tanto gli sventramenti che le costruzioni non ce l’ha mai avuto, o almeno non ce l’ha avuto fino agli anni Ottanta del secolo XIX, e invero si è curata “molto più di distruggere che di rifabbricare”. Anzi ha agito sistematicamente (e distruttivamente) proprio sul nucleo della città vecchia, l’area storicamente più ricca d’opere d’architettura e d’arte, con interventi sovente incerti e inadeguati ed affrettati, miranti a reclamare luce e aria e spazi aperti.

E se inizialmente ci si era sforzati di sorvegliare lo sviluppo della città rispettando e valorizzando la struttura ad anelli concentrici della sua antica pianta, alla fine era stato proprio il nocciolo della Milano primigenia a risultare al tempo stesso compresso e scisso dai suburbi rurali – i Corpi Santi – che si erano espansi in maniera incontrollata, casuale e frammentaria verso la pianura. (Dando luogo a una Milano interna e a una esterna fatalmente distinte e fatalmente dispari, impari, disuguali.)
Ancora. Se ci si era sforzati e, evidentemente, ci si stava sforzando “di essere consentanei con la civiltà che ha promosso l’esperienza esistenziale e intellettuale della modernità”, come dimostrava la Galleria Vittorio Emanuele, con l’ottagono protetto dalla “vasta coppa” trasparente, con i negozi di lusso mezzo svaporati tra le luci a gas, con le vetrine incantatorie che riflettevano sciami di passanti, con i passanti incantati che gremivano giorno e notte quel santuario dell’effimero, se ci si era sforzati e ci si stava sforzando di essere moderni, si era lontani dal riuscire nell’intento. Perché la Galleria dei passages parigini cantati da Baudelaire (e Aragon, Breton, Céline, Cortázar, Verlaine…), a cui pure chiaramente s’ispirava, non aveva lo spirito moderno. Lo spirito abbastanza moderno.

Milano piantina, struttura radiale, tronco albero, sezione

Perché, certo non era Parigi, il microscopico Parigi della Lombardia, neanche nella visione indulgentemente prospettica di alcuni tra i suoi più entusiasti ammiratori. Perché Parigi era la “capitale del XIX secolo”, mentre Milano, al più, si avviava a diventare “capitale del lavoro”. “Metropoli industre”, la chiamava Gadda, ancora Gadda, e così chiudeva magnanimamente la questione.
E infatti non bastò la Grande Esposizione Nazionale del 1881 – che certo non poteva rivaleggiare con l’Esposizione Universale londinese del 1851, né con quella parigina del 1867 – a fare di Milano una metropoli (moderna). Non bastò quella messinscena euforica dell’operosità milanese, quella convinta celebrazione del progresso a cui s’avanzava la città lombarda, quell’inno alla corrispondenza tra scienza, lavoro, benessere e moralità che il capoluogo boreale impersonava, e non bastò la fiducia nelle sorti progressive della società ambrosiana che anche il gran ballo dell’Excelsior, da poco rappresentato sul palco della Scala, dimostrava.
Perché Milano non ebbe mai, in quella fine d’Ottocento in cui Parigi aveva Baudelaire e aveva Balzac e Londra aveva Dickens, non ebbe mai uno scrittore, un poeta, loro pari che ne raccontasse e ne sostanziasse la dimensione urbana (né un’intellighenzia che gli facesse, almeno in parte, sponda). Quel tradizionalismo, quel conservatorismo, quel passatismo, quell’immaginario angusto che faceva abbandonare gli scapigliati nostri a anacronistici vagheggiamenti del mondo preborghese e contadino…
Cittadone industre, forse, mai Metropolis. Eccola, la “civiltà chiusa” di Savinio.

DOVE CI TOCCHERÀ DI ARRIVARE …

E la conclusione di tutto sto lavorare è che i funerali avranno luogo giovedì 27, alle ore 15 precise, «ai tre oor», come direbbe il dottor Piva,
partendo» da…. per arrivare a…. Eh! ce lo sappiamo pure noi, zio hàne, senza bisogno che ce lo venghi a ricantare il Corrieraccio,
ce lo sappiamo bene! madonna bona! dove diavolo ci toccherà di arrivare!

Carlo Emilio Gadda, Un «concerto» di centoventi professori, 1942

Le è rimasta addosso questa incongruenza di (aspirare ad) essere al tempo stesso una città dall’immagine omogenea, integra, solida, perbene e una città che non smette di trasformarsi, di cambiare. Una città che non sa in che cosa trasformarsi, come cambiare. E continua a cercare smaniosamente la sua immagine futura, opponendo o accostando o accozzando, a seconda di come la si veda, un mondo della memoria – un mondo imperturbabilmente provinciale – a un mondo dell’immaginazione – un mondo cosmopolitamente perturbato (perturbante).

centro Milano, sfondo mappa, passanti, movimento

Forse dipende da questa contraddittorietà che è il modo in cui Milano si (dis)vela, la sensazione dell’impossibilità “di riposare in lei” di cui scriveva Sereni nel 1982, e insieme la convinzione che “il futuro dell’intero paese lo si giochi qui e nei prossimi giorni, mesi e anni”. O decenni, se è per questo. Qui, nella città industriosa, attiva. Qui, ancora oggi.
Perché al fondo di tutto, e sopra tutto, Milano è Milano in virtù del sentimento del lavoro che la ispira. E non sarebbe Milano se non vi albergasse il “senso profondo” degli affari e affari e affari, se non vi trovasse asilo “ogni idea che possa diventare industria o commercio”, se non vi prosperasse un’etica fondata sulla produttività (e anche sul profitto).
No, non sarebbe Milano. Ma che Milano sarebbe se uguale sentimento l’avesse messo, lo mettesse, nel dar forma alla nostra “terrena vicenda”, nel darsi ragione del nostro “tempo mortale”? Ché il nostro tempo è mortale.
Tanto laurà… laurà, laurà… e alla fine di tutto sto lavorare, alla fine…
«Omnes eodem cogimur».

E leggi: Alberto Savinio, Ascolto il tuo cuore, città; Giorgio De Chirico, Considerazioni della pittura moderna. Parte II. I neoclassici milanesi; Carlo Emilio Gadda, Libello e Pianta di Milano – Decoro dei palazzi; Elena Pontiggia, “Nell’immenso deserto di questa gran città. De Chirico a Milano 1919-1920; Roberto Sacchetti, Vita letteraria a Milano; Aldo Rossi, Il concetto di tradizione nella architettura neoclassica milanese; Giovanna Rosa, La narrativa degli scapigliati e Il mito della capitale morale e Identità di una metropoli. La letteratura della Milano moderna; Vittorio Sereni, Milano prossima ventura e Gli strumenti umani; Aldo Nove, Milano non è Milano.

 

cornicetta1

DOVE

Enrico Bartolini – Mudec, Via Tortona 56, Milano, T. 02 84293701
http://www.enricobartolini.net

Al terzo e ultimo piano del chipperfieldiano Museo delle culture, l’opera recisamente disconosciuta dal suo autore perché realizzata in maniera inaccettabile, s’è insediato Enrico Bartolini dopo la sua dipartita da Cavenago Brianza. E a neanche un anno dalla sua apertura, Bartolini già va a ingrossare le sparute fila dei bistellati milanesi: ovverosia, Il luogo di Aimo e Nadia, Cracco, Sadler (ancora????), e infine Seta. La sala è ampia e accogliente, l’atmosfera elegante e distensiva, i tavoli spaziosi e ben distanziati, tanto che non sarai costretto ad ascoltare l’altrui voce né a mangiare gomito a gomito con chi non ti conosce. (E tuttavia dover scendere al secondo piano per usufruire del bagno del museo, ché il ristorante di una toilette sua non ne dispone, lascia francamente sbigottiti).
Niente classici lombardi, né classici in senso letterale in questa tavola, per quanto lo chef definisca la sua cucina classico-contemporanea e, in linea con il concept, offra qualche rivisitazione creativa di piatti che avrai già consumato in altra veste (vedi alici tra saor e carpione, il caciucco che accompagna i bottoni olio e lime, la crema bruciata). Bartolini propone una cucina assai personale e non di rado ardita, piena, corposa, persino decadente (vedi ventresca e dintorni o la guancia di vitello), in quanto ad accostamenti ed a sapori. Per lo più molto riuscita, a tratti assolutamente convincente (il risotto rapa rossa e zola), e tuttavia raramente in grado di entusiasmare veramente. O di risonare decisa nella mente a distanza di giorni o settimane…
Tre i menu degustazione (classico, contemporaneo, e vegetariano) che, per la lunghezza del servizio e per la generosità delle porzioni, tramutano il pasto in una faccenda impegnativa.
Le materie prime sono eccellenti, la tecnica solida, la mano sicura, il servizio attento e premuroso. E Bartolini è indubbiamente un ospite impeccabile.

Erba brusca, Alzaia Naviglio Pavese 286, Milano, T. 02 87380711
http://www.erbabrusca.it/erba_brusca.html

Sul Naviglio Pavese, piacevolmente fuori porta, il “ristorante con orto” di Alice Delcourt, una delle discepole di un movimento iniziato più di 45 anni fa da Alice Waters, è ormai da anni una piccola certezza. Soprattutto nella bella stagione, quando puoi mangiare affacciato sull’orto verdeggiante, a un passo da Milano, eppure ancora in mezzo alla campagna. Cucina stagionale, ingredienti a km 0, e comunque provenienti da agricoltura/allevamento libero e sostenibile (ché non potrebbe essere altrimenti vista la contiguità la tra la tavola e l’orto), menu moderatamente creativo e comunque leggero, curioso, divertente, per quanto non privo di “sostanza”. In ogni caso, Erba brusca, non ha nulla da invidiare al ben più incensato Ratanà, di cui pure è consanguineo….

Un posto a Milano, via Privata Cuccagna 2/4, Milano, T. 02 5457785
http://www.unpostoamilano.it/index.php 

Sempre per rimanere in tema di orti (urbani) e di cascine, di cucina realizzata con ingredienti locali e orientata a una semplicità e a una solidità guidate dalla tradizione, ma non prive di estro e colore (calore), un accenno a Un posto a Milano ci sta tutto. Assieme ristorante, bar, foresteria e mercato agricolo a km vero, il tempio mondano di Nicola Cavallaro è un luogo rilassante e rilassato, informale e (rustic) chic quanto basta da richiamare una clientela trasversale che va dalle famiglie con bambini, ai (più o meno) giovani in cerca di un luogo alternativo, ai gastrofili affezionati allo chef dai tempi del San Cristoforo ai Navigli. Che pure era tutt’altra tavola. Ma Cavallaro aveva bisogno d’altro, e quell’esperienza se l’è lasciata alle spalle senza mostrare traccia di rimpianto, e ha messo le sue mani al servizio di un progetto più accessibile, più sociale, più conviviale. Nel senso che davano gli scapigliati nostri alla parola quando frequentavano l’Osteria del Polpetta e l’Ortaglia di via Vivaio, beandosi di essere in città senza dover rinunciare a mangiare all’aria (pulita e) aperta. 

Berberè Milano, via Sebenico 21, Milano, T. 02 36707820
http://www.berberepizza.it/portfolio/berbere-milano/

Nata dalla ristrutturazione attenta dell’ex circolo Filippo Sassetti di Isola, che viene omaggiato nei bei manifesti retrò appesi alle pareti, quest’ultima nata della famiglia Berberè (per la verità poi c’è stata Radio Alice a Londra, nome diverso, stesso format) ha finalmente portato nel capoluogo lombardo la pizza a maturazione lenta e digestione veloce dei fratelli Aloe. Realizzata con farine semintegrali biologiche macinate a pietra e lievito madre, proposta preferibilmente in formula degustazione, cotta nel forno elettrico della Morello Forni (perché a Milano la normativa vigente impediva di installare un forno a legna in loco), la pizza di Berberè è fragrante, leggera, con un cornicione alveolato che è un piacere, e soprattutto, e semplicemente, è buona.