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MEDITAZIONE MILANESE

(Prima parte)

È la Milano che dispare: e quale la lasceremo non era,
e qual era neppur più la ricordo: la forme d’une ville
– change plus vite, hélas! que le coeur d’un mortel.
Carlo Emilio Gadda, Quando il Girolamo ha smesso…., 1944

 

ESORDIO: IL MITO DI FONDAZIONE

I milanesi – e indicò con la mano spiegata la schiena dell’auriga, la coda del cavallo, il lastrico, la casa di fronte, la folla dei passanti –
i milanesi sono dei sordomuti. Non sanno chi fu Belloveso. Belloveso fu il Romolo e Remo di Milano. Il gallo Belloveso, signore,
che era nipote di un re dei Biturigi, quasi seicent’anni avanti Cristo varcò le Alpi e qui accampandosi fondò Milano, capitale morale
d’Italia. E a Milano nessuno, nessuno, nessuno lo sa. A Milano non è una via, una piazza, un corso, un viale, un bastione, un monumento,
un vicolo, un portico, un caffè, una scuola, un postribolo, che sia dedicato al nome di Belloveso.
Massimo Bontempelli, La vita operosa, 1921

T’era venuto in mente Gangs of New York leggendo quel capitolo di La vita operosa che si srotola intorno a Belloveso, a via Bello veso, o a via Bel-lo-ve-so, o a via Belloveso, con per fondale la metropoli affollata e illustre che diventa suburbio grigio e afflitto e poi ridiventa gradualmente metropoli “civile e faconda” e, nondimeno, austera. “Perché Milano è un’austera città”. O lo era, lo era. E comunque, solo poi che l’ebbe attraversata tutta insieme al suo enigmatico compagno, il narratore s’avvide a un tempo dell’identità di Belloveso e della impossibilità di trovare nella città altera (e disdegnosa) una via intitolata a codesto “principiatore del (suo) rozzo e antico nucleo”. Forse non proprio casualmente, forse, ché il “primevo animatore della Città Operosa” altri non era che un principe gallo della Gallia e chi avrebbe voluto “riferire troppo solennemente la nascita della Capitale morale d’Italia a un’origine” così poco nobile?

Gli erano apparsi in una visione fosca e sinistra i galli all’io narrante, quasi per rivalsa di fronte a tanta inescusabile, inconcepibile, macroscopica (milanese) smemoratezza, a tanta grossolana ingratitudine, la piazza su cui Renzo aveva visto sorgere la “gran macchina del duomo” ridotta a una spianata sudicia e desolata e barbara e selvaggia, occupata da un “rude accampamento” di capanne e invasa da “vasti guerrieri baffuti” ululanti “grida oscene”. T’era venuto in mente Gangs of New York leggendo quel passaggio allucinato e demonico della bontempelliana vita operosa; t’erano venuti in mente la wasteland acquitrinosa e il degrado e le strade senza legge di Five Points e l’umanità ferina e brutale e malfamata di Five Points e il macellaio nativo dal baffo a manubrio che vessava e signoreggiava Five Points, Lower Manhattan, il sito dell’odierno Columbus Park, della New York County Courthouse. Mediolanum come New York, per quanto a millenni di distanza, e poi che sorti diametralmente aliene…

duomo, milano, guerrieri celti, nebbia

Mediolanum e cioè la forma latinizzata del celtico Medhelan, perché è così che la chiamarono i celti di Belloveso quando lasciarono la loro patria intorno al 600 a.C. e discesero le Alpi per insediarsi su un territorio interamente coperto di paludi e certo riluttante a vedersi popolato da umani e non da pesci. A lungo la tradizione ha voluto che Mediolanum avesse tratto il nome da una scrofa semilanuta (sus mediolaneum) che, con la sua augure presenza, avrebbe indicato a Belloveso il posto fertile di terreno e abbondante di greggi in cui far erigere le mura della città a venire. Metaforicamente, beninteso, infatti i galli non erano usi a fondare città e piuttosto si stabilivano in cantoni, in borghi sparsi, e mantennero l’uso alla disseminazione, allo sparpagliamento abitativo, anche in quella regione pantanosa dell’Italia occidentale che avevano denominato Insubria. Borghi inizialmente non cinti da mura, appunto, che furono verosimilmente fortificati solo quando la penetrazione progressiva dei celti nella Padana (e il timore di vedersi espugnare dai nemici i propri possedimenti) li spinse all’ampliamento graduale di quei miseri villaggi, alla graduale trasformazione di centri radamente popolosi in città vive e vere. A cominciare da Milano, auspici o meno della scrofa sacra.
Del resto, e ancora al netto della scrofa, un mito di fondazione è un mito di fondazione, vale a dire che non è un discorso necessariamente e pedestremente vero, ma un discorso che un qualche squarcio di verità – una qualche realtà storica – sull’origine di una città lo mostra. Una narrazione probabile e pienamente significativa di ciò che dev’essere successo sul suolo circumpadano, sei secoli prima dell’era cristiana e ventisei secoli prima di questo da cui scrivi.

Allora. E stando a Tito Livio che ne riferisce tra il 27 e il 25 a.C. Belloveso, nipote del re dei Biturigi Ambigato, fu messo sulla via per l’Italia da suo zio che mirava a liberare il proprio regno da un eccessivo (e ingestibile) incremento di cittadinanza. Perciò gli indicò la strada a Belloveso e gli pose al principesco seguito un sovrappiù di popolazioni celtiche bastante ad impiantare una nazione. E per primo valicò le Alpi Belloveso e si stabilì nell’area dove sta Milano, per quanto l’ubicazione non fosse esattamente favorevole. Lontana da acque (navigabili) di lago, fiume o mare e parimenti da alture di qualsivoglia quota a farle da barriera. Solo che la missione di Belloveso non era quella di edificare un’urbe, utilizzando intenzionalmente il territorio, ma di fondare un centro religioso, un luogo sacro attorno al quale avrebbero orbitato le tribù celtiche stanziate nella Gallia Cisalpina.

gallia cisalpina, guerrieri, galli, mappa antica

Ed ecco che il medhe di Medhelan è un centro e il lanon (o il lan) è un santuario e Mediolanum, nel VI secolo a.C., all’epoca dei primi arrivi celtici, era lo spazio cultuale dove le divinità si manifestavano ai fedeli, dove i fedeli andavano a invocarle. Naturalmente, un villaggio gli sorse a poco a poco intorno e, a poco a poco, il villaggio divenne una città importante, e persino la più importante tra quelle degli insubri, se nel II secolo a.C., prima ancora di Livio, Polibio e Strabone già discorrevano di Milano come di una metropoli.
Oh Milano, “austera città”, sarà anche “poco nazionale, e oggi anche poco politico”, ma indubitabilmente hai cromosomi gallici. Le reboanti urla oscene e gli ingiuriosi strepiti dei guerrieri insubri accampati a piazza Duomo…
(Per inciso, sotto la seconda arcata del Palazzo della Ragione o del Broletto Nuovo un bassorilievo della scrofa mezzo lanuta testimonia dell’intreccio semprevivo, sempreverde, tra mito e storia.)

 

L’ACQUA, L’ACQUA

Sedetti sopra l’umile sponda d’un canale di poco lusinghevole aspetto ma di lunga e solida fama:
quel Naviglio della Martesana, umanistica speculazione del condottiero Francesco Sforza.
Massimo Bontempelli, La vita operosa, 1921

Difficilmente poteva non sembrare un’anomalia, sicuro, un’anomalia patente, il fatto che Milano fosse stata pianificata e costruita a una certa distanza dal Ticino e dall’Adda, dal Lambro e dall’Olona, quando sarebbe stato senz’altro più sensato edificarla dove l’acqua fosse stata naturalmente disponibile. Dove non fosse stato necessario “scavare artificialmente dei canali seicent’anni” e riempirli d’acqua seicent’anni per trasportare su quell’acqua uomini e animali e vettovaglie, e poi irrigarci i campi, e poi farci anche ruotare le pale dei mulini. Solo per menzionare alcune delle servizievoli opere a cui si presta l’acqua. Solo per dirne l’indispensabilità per le comuni usanze e, a maggior ragione, per le usanze di una città che si avviava a diventare gran fabbrica.

Sia come sia, il sacro centro gallico è diventato insensibilmente un villaggio e poi insensibilmente una città e poi sempre meno insensibilmente, nonostante l’antica sistemazione inospitale, “la scarsa pendenza disponibile”, la lontananza da acque che non fossero stagnanti, un annuncio di metropoli; e, nel centenario spazio di tempo tra una trasformazione e l’altra, Milano, che non aveva acqua, è stata città d’acqua, per quanto d’acqua “intrefolata” e incanalata e captata e convogliata e incassata e inalveata nei navigli. Che poi sono (i summenzionati) canali artificiali.

mappa Milano, fiume, azzurro, cerchia interna

Così, e dice già molto, quegli svantaggi geograficamente gravi da cui era afflitta la condussero assai coscienziosamente, assai coscientemente, assai concretamente, sulla via dell’operosità che a mano a mano l’ha qualificata, l’ha definita, l’ha narrata, in cui s’è riconosciuta, con cui l’hanno identificata e ancora la identificano. E che l’ha fatta crescere e l’ha fatta espandere e l’ha fatta arricchire perché di quella laboriosità, di quell’efficienza, s’è ammantata e s’ammanta ancora.
La descriveva “vestita di lavoro” Gadda. E quanto ce n’è voluto di lavoro, e quanto duro, per smuovere tutta la pianura e quasi rifarla solo con le mani. Cominciarono nel 1179 a scavare il Ticinello per portare a Milano le acque del Ticino e, dopo averne completato un primo tratto senza riuscire nell’intento, ripresero a sterrare nel 1211 e sterrarono caparbiamente per decenni finché non giunsero alle porte di Milano. Nel 1257, il Ticino fu guidato fin dentro la città operosa, altre quattordici miglia di scavi e di tributi che il podestà meneghino Beno de’ Gozadini portò a effetto a prezzo della vita. E però Milano ebbe il suo naviglio Grande, “il patriarca di tutti i canali europei”, e ci irrigarono i campi con l’acqua del naviglio e ci trasportarono le mercanzie a bordo di barconi e ci riscossero i lucrosi dazi di transito. Nel 1387, infine, fu Gian Galeazzo Visconti a compiere la grande impresa e il Ticinello fu congiunto al fossato che circonvallava tutta la città e proteggeva tutta la città; e sulle acque che scorrevano nella fossa si videro navigare i marmi provenienti dal Lago Maggiore e diretti alla Fabbrica del Duomo.

Poi vennero gli Sforza. Quando, nel 1441, Bianca Maria, figlia del duca Filippo Maria Visconti, sposò il capitano di ventura Francesco Sforza e al quarto parto diede alla luce Ludovico Maria, “da puto” detto il Moro. Francesco Sforza che la sua “umanistica speculazione” la mise nelle fattive mani dell’ingegner Bertola da Novate e, nei sei brevi anni che vanno dal 1457 al 1463, Francesco e Bertola diedero a Milano un altro naviglio – Martesana dal contado che attraversava – e ci inalvearono l’acqua dell’Adda in quel naviglio, e la tradussero, tra vari contorcimenti, fino alle soglie di Milano. Ludovico il Moro che, reggente dal 1480 al 1499, chiamò Leonardo a corte e, giunto Leonardo a corte nel 1482, lo incaricò di allacciare il naviglio Martesana alla Cerchia Interna dei navigli. Del che Leonardo fece, colmando il dislivello dei terreni con quel “mirabile artificio” idraulico (conca) che elevava le “navi basse” fino “allo universale piano della città” e gli consentiva di attraversarla da un capo all’altro la città, “con comodità”. E l’Adda entrò a Milano, nel centro di Milano, e si navigò ininterrottamente dall’Adda al Ticino passando per il centro di Milano, rasentando il laghetto di San Marco, dove s’era formato a tutti gli effetti un porto trafficato. Che lì rimase, e rimase non poco trafficato, fino a quel 1929 in cui la Cerchia Interna fu interrata, e poi il naviglio Martesana fu interrato, mentre il naviglio Grande, che non fu interrato, rimase praticamente senza traffici e per lo più all’asciutto. Agli altri navigli (Pavese, Bereguardo, Paderno), i più defilati, i meno titolati, poi, non toccò miglior sorte. Finirono tombinati o (periodicamente) asciutti e vuoti, comunque vuoti di imbarcazioni mercantili come anche di barchett con svagati escursionisti a bordo.

barcone, milano, pianta Lombardia, Adda, Ticino

Finché gli era apparsa così, (circonvolutamente) acquatica, Milano – la Milano delle (gaddiane) intrefolature topografiche -, con quell’aura vagamente onirica, vagamente romantica, aspersa dai nebbioni, gli era parsa bella. Bella, Milano. A Gadda a Tessa a Lucini a Dossi a Carrà a Bacchelli a Stendhal a Cattaneo a Beltrami…, prima che ne inumassero i canali, prima che ne abbattessero il Lazzaretto, prima che ne demolissero file e file di case invecchiate e rose e “biscornute” per fare posto ai viali ariosi e diritti ed abbaglianti, prima che le ortaglie verdeggianti smettessero di verdeggiare appena al di là dei “muriccioli bassi di giardino”, gli era parsa bella Milano. Bella, Milano.

E forse importava veramente poco che ogni primavera, “tra marzo e aprile”, s’andasse incontro “alla cosiddetta sutta”, e cioè si dovessero svuotare e spurgare le fosse melmose e maleolenti, se per il resto dell’anno, allontanati i miasmi venefici e ammorbanti, si poteva immaginare di essere in una ville d’eau, in una città acquatica. Si era in una città acquatica, “in mezzo a terre ma acquatica”, acquatica…
Prima che Bontempelli si sedesse sulla mesta riva di quello che era stato lo sforzesco naviglio Martesana e vedesse le villette pretenziose e tronfie stagliate contro la pianura bigia. Eri bella, Milano.
Ah, l’acqua, l’acqua…

(Continua)

E leggi: Pietro Verri, Storia di Milano (1851); Carlo Emilio Gadda, Un «concerto» di centoventi professori; Carlo Emilio Gadda, Quando il Girolamo ha smesso….; Carlo Cattaneo, Notizie naturali e civili su la Lombardia; Delio Tessa, La bella Milano; Gian Pietro Lucini, Passeggiata sentimentale per la Milano di “l’altrieri”.

cornicetta1

DOVE

La Brisa, Via Brisa 15, Milano, T. 02 86450521
http://www.ristorantelabrisa.it

Via Brisa e quello che resta del Palazzo Imperiale da cui gli imperatori romani d’Occidente e d’Oriente, Costantino e Licinio, avevano emanato quell’editto alla tolleranza con il quale concedevano ai cristiani, “come a tutti, la piena libertà di seguire qualunque religione”. Nel giugno del 313 d.C., quando ormai Milano era romana e i galli avevano da tempo ripreso la via delle montagne. Resta poco, è vero, ma se a Milano c’è un luogo dove respirare indisturbati l’atmosfera antica che emana dalle (sparute) vestigia della città antica, quel luogo è qui, all’inizio di Corso Magenta.
E lo chef Antonio Facciolo qui s’è insediato, in questo angolo ameno e raro. E per aggiungere amenità ad amenità, sul retro del suo ristorante t’accoglie in un giardino ombreggiato da platani secolari, e se non è stagione, c’è sempre la veranda affacciata sul verde (temporaneamente) impraticabile.
La cucina è solida e dettata dalla stagionalità e dalla qualità delle materie prime, con proposte che coniugano sapientemente tradizione (anche quella iberica) e innovazione, sapori noti e sapori meno consueti (ma senza mai strafare). Si esce soddisfatti e rinfrancati al pensiero che c’è ancora un porto sicuro nel vecchio cuore di Milano…(e tuttavia il pane e il coperto a 4€!!!).
Qualche assaggio: Foie gras d’anatra in torcione; Fideuá con brodo di piccoli pesci e salsa all’aglio dolce; Lasagnetta con carciofi, crescenza, polvere di limone, e olio alla bottarga; Maialino da latte croccante con mostarda di mele; Crostatina di rabarbaro…

Langosteria Café Milano, Galleria del Corso 4, Milano, T. 02 76018167
http://langosteria.com

La prima nata è stata la Langosteria di via Savona 10, poi è stata la volta del Bistrot e, meno di un anno fa, del centralissimo Langosteria Café Milano, che più vicino al Duomo di così non si potrebbe. Ed è proprio alla vicinanza al Duomo e all’animazione che lo circonda giornalmente che si deve il concept internazionale e cosmopolita di questo nuovo nato, che apre la mattina per la prima colazione e prosegue a pranzo per businessmen gaudenti e epicurei di passaggio e si inoltra nel pomeriggio con la pausa per il tè di tradizione inglese (ma senza scones) e poi continua con cocktail ben pensati, e infine termina all’ora di cena, quando il centro si spopola e il traffico si sposta nei locali. Come questo, dove il tavolo conviviale invita a un’esperienza condivisa e il banco con cucina a vista mette in contatto gli chef, (il pesce), e i commensali. L’offerta è molto meno ampia ma in linea con quella del sister restaurant maggiore, incentrata sul pesce (d’eccellenza) in tutte le sue varietà e in tutte le sue declinazioni. I crudi, che riposino sul ghiaccio del plateau o siano proposti appena marinati sotto forma di sashimi o di ceviche o di tartare, sono un egregio inizio. Soprattutto quelli che s’affidano alla sovranità della materia prima, che qui dà il meglio di sé nelle esecuzioni meno elaborate…quelle in cui il mare continua a sciabordare.
Prova: Ostriche; Plateau di crostacei; Acciughe del mar Cantabrico con crostini al burro (ottime); Ceviche di orata; Pappa al pomodoro e vongole; Tagliatelle con crudo di mare, bottarga olio evo al limone; King crab alla catalana….

Dry Pizza e Cocktails, Via Solferino 33, Milano, T. 02 63793414
http://www.drymilano.it

In attesa che Dry raddoppi aprendo una succursale in zona Repubblica, e precisamente su Viale Vittorio Veneto, qualche parola sul Dry originale vale la pena spenderla. (Considerato pure che si trova a due passi dal fu Tombon di San Marco e dalla sua bella darsenetta…).
I cocktail di Gugliemo Miriello, che già da soli trascinano orde di avventori nel locale, hanno un gusto d’antan (rimodernato) che li distingue da quanto altro si trova sulla piazza milanese. Pensa alla riscoperta di miscele dimenticate e coniugala con una creatività dosata con sapienza. E ci sei molto vicino. Sono di taglia piccola i cocktail, come le pizze, ma di sapore concentrato e risonante. Come qualcosa di vagamente familiare, senza realmente esserlo…
Le pizze, nonché le focacce. Il pizzaiolo Simone Lombardi s’è formato all’Università della pizza del Molino Quaglia, e poi accanto a Simone Padoan e poi accanto a Enzo Coccia. E tanto basta. La qualità del suo impasto è indiscutibile: realizzato con il metodo di lievitazione a biga invertita, è digeribile e leggerissimo, ma anche morbido e gustoso. La pizza che ne risulta ha un cornicione alveolato quanto basta e fragrante quanto basta, e quel tanto di ‘altezza’ che garantisce che non s’ammolli irrimediabilmente (e sciaguratamente) al centro.
Puoi scegliere tra le pizze gourmet dello chef, le pizze classiche con aggiunta di vari condimenti (come acciughe del mar Cantabrico, capperi di Salina, olive al forno, prosciutto crudo dolce d’Osvaldo… che ti verranno serviti rigorosamente a parte) e le focacce di “padoanesca” memoria, tagliate a spicchi e arricchite da ingredienti scelti (in versione small e regular).