Follow Us

Copyright 2014 Brand Exponents All Rights Reserved


COPENAGHEN DREAMING

(Prima parte)

E altre immagini emergevano. Ecco la Bredgade all’ora del tramonto, quando
l’oscurità saliva lenta strisciando sui muri delle case, ed ecco Copenaghen,
meravigliosa come la si ritrovava quando si tornava la mattina dalla campagna.
Sembrava così fantastica col suo viavai nello splendore del sole, con le sue
finestre imbiancate e il profumo di frutta che aleggiava nelle vie; le case
apparivano irreali in quella luce forte e sembravano avvolte in un silenzio
che il chiasso e il rumore dei veicoli potevano a stento turbare…
Jens Peter Jacobsen, Niels Lyhne, 1880

 

 

Preambolo pittorico

Non uscire da te stesso, rientra in te; nell’uomo interiore abita la verità.
Agostino, De vera religione, 389-391

Dunque la soggettività, l’interiorità è la verità.
Søren Kierkegaard, Postilla conclusiva non scientifica, 1846

 

Strandgade 30, dal 1898 al 1909. E poi Strandgade 25, dal 1913 al 1916, l’anno della sua morte. Una strada portuale in un quartiere saldamente portuale, Christianshavn, costruito nel Diciassettesimo secolo su terra bonificata prospiciente la Copenaghen medievale, le linee dritte e la nitidezza dell’ordine geometrico a opporsi alle strade irregolari, sghembe e contorte della città antica. Strandgade, a qualche centinaio di metri dalla Vor Frelsers Kirke, e a qualche centinaio di metri in più dalla Freetown Christiania, che allora era di là dal sorgere. Strandgade, con quella Asiatisk Plads su cui, nel Diciottesimo secolo, la Asiatisk Kompagni (Compagnia dell’Est Asiatico) aveva edificato la sua sede e costruito i suoi magazzini, quegli enormi magazzini dove s’accumulavano le mercanzie e le ricchezze che i commerci internazionali avevano messo in moto, mentre i facoltosi mercanti privati attorno cui Christianshavn era nato e prosperato cambiavano (mestiere e) quartiere. Da Christianshavn a Frederiksstaden, dall’altra parte del porto, l’estensione barocca e aristocratica della città medievale, un’area dagli isolati ampi e dalle abitazioni esclusive, signorili. Ma la svolta barocca l’aveva avuta anche la Christianshavn riadattata alle esigenze dei traffici internazionali e Strandgade, la strada sulla spiaggia, sull’acqua non ci affacciava più, ché i magazzini avevano usurpato altra terra al mare formando un nuovo molo.

strada, Strandgade, veduta dall'alto, Asiatisk Kompagni

Comunque. Di quella sede tardo barocca della Asiatisk Kompagni, al numero 25 di Strandgade, dove aveva vissuto gli ultimi anni della sua sobria vita, lui, Vilhelm Hammershøi, aveva dipinto una veduta esterna, in una di quelle poche rappresentazioni di esterni che aveva accordato alla sua città natale. Due edifici gemelli, speculari – la Compagnia Asiatica e un magazzino adiacente di uguale stile – con nel mezzo un portone attraverso il cui arco vuoto si scorge solitario l’albero di una barca e solitaria l’acqua. Il contenuto architettonico dell’immagine prima di ogni altra considerazione, al punto che nel dipingere quegli esterni puramente geometrici, spogli e spopolati è come se Hammershøi continuasse a dipingere ininterrottamente le sue stanze austere, immobili, spartane. Le stanze dell’appartamento di Strandgade 30, soprattutto, solo raramente abitate da figure, da una figura isolata colta per lo più da dietro, lo sguardo distolto da chi osserva, in cerca di un’intimità, di un silenzio, di una quiete che non si può turbare, che non si può spartire. Ida, la moglie dell’artista, in Interior with a woman standing (1905), in piedi verso il margine destro della tela, tra una scelta di porte spalancate che s’aprono su un corridoio deserto, su camere deserte.

Ma la maggior parte degli interni che Hammershøi ripetutamente, instancabilmente ritraeva – e più di sessanta ne fece di Strandgade 30 –, per quanto svuotati d’umanità, erano variazioni sul tema di uno spazio domestico che stava per la soggettività individuale. L’interno come metafora dell’interiorità. Quelle fughe di stanze desolate rischiarate da una luce smorzata, obliqua; le porte chiuse verso esterni distanti, irraggiungibili o aperte su interni immoti, malinconici; le finestre rivolte ad altre finestre, nella facciata opposta di un cortile.
Guardava verso l’interno Hammershøi, in linea con quel movimento verso l’interno che, sulla scorta del pensiero di Kierkegaard, aveva caratterizzato l’arte danese nella seconda metà dell’Ottocento. Il Niels Lynhe di Jacobsen, con la vita che monotona gli scorre accanto, il William Høg di Herman Bang, (Hopeless Generations, 1880) esiliato dalla vita vera per eccesso di cerebralismo, di intellettualismo. L’interiorità di Hammershøi, al pari di quella del Kierkegaard di Johannes Climacus, è l’immagine “dell’interno borghese del Diciannovesimo secolo”, il ripiegamento nella soggettività che riverbera dalle sue tele inquiete è l’equivalente dell’intérieur dove andava a passeggiare il flâneur kierkegaardiano in fuga dal mondo immondo. “Così il flâneur va a passeggio nella sua stanza; la realtà gli appare solo riflessa dalla mera interiorità”.

Ti pareva che quei dipinti la dicessero lunga sullo spirito danese, sul temperamento crepuscolare, sensitivo, amletico dell’animo danese. La dicevano lunga su quella tendenza all’introspezione, all’introversione persino, che, dopo le guerre napoleoniche, era stata la conseguenza dell’improvvisa trasformazione di una grande nazione in una piccola nazione. Quando la parola piccolo aveva perso le sue connotazioni diminutive, peggiorative anche, e invece che indicare pochezza, limitatezza, vulnerabilità ne sondava le inedite potenzialità. Quando la parola piccolo aveva preso, cioè, a designare una virtù – e via alle piccole felicità, ai piccoli piaceri, alle piccole fortune della vita; alle case di umile stato; agli ambienti intimi; al conforto della vita domestica; al rientro nell’interiorità; al godimento del (bene) presente; all’identità come appartenenza a un (piccolo) popolo e a un (piccolo) paese – e la Danimarca, che era stato un vasto e composito impero politico e militare, aveva sviluppato una fondamentale “diffidenza nei confronti di tutto ciò che è grande”.

Strandgade, magazzini, porto, Christianshavn

Ti pareva che questa spoliazione dello stato danese e la conseguente ridefinizione del carattere danese chiarissero anche il concetto di hygge, la quintessenza della ‘danesità’, o almeno la quintessenza del marketing recente della ‘danesità’. Uno stile di vita improntato alla semplicità, alla modestia, alla convivialità, all’appagamento dell’animo, al calore umano…. Mentre il mondo immondo è chiuso fuori.
Quelle stanze quasi spettrali o metafisiche, quella paletta pressoché monocromatica, quella luce opaca, polverosa che cola attraverso la finestra e proietta un’ombra scura sul pavimento diafano…e talvolta Ida, soprattutto Ida, che occupa quegli interni (ripari, rifugi, gusci) denudati, monacali, meditativi con la sua vita ordinaria, dimessa, riservata…
“Interni quegli spazi sono, non già rispetto a un involucro murario, ma rispetto all’artista; e vorrei suggerire di chiamarlo piuttosto interiore che interno …”.
Strandgade 30 e Strangade 25, là dove Vilhelm Hammershøi visse sino alla fine della sua parca vita: a qualche centinaio di metri dalla Vor Frelsers Kirke.

 

Copenaghen a volo d’uccello

Bel quadro davvero quello che si spiegava sotto i vostri occhi
da ogni parte quando, dopo essere andati a lungo a tentoni nella
tenebrosa spirale che perfora perpendicolarmente lo spesso muro dei
campanili, si sbucava infine di colpo su una delle due alte piattaforme
inondate d’aria e di luce.
Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, 1831

La veduta aerea, con tutti gli sconvolgimenti che ha generato
e le conquiste che ha permesso,è centrale per la moderna
immaginazione e, infatti, si potrebbe sostenere che ne
sia la forma visiva emblematica.
Mark Dorrian, Frederic Pousin (a cura di), Seeing from above:
The Aerial View in Visual Culture
, 2013

 

Anche Copenaghen ha la sua veduta a volo d’uccello letteraria. Come quella (nostalgica) che Victor Hugo ha lasciato della Parigi gotica vista dall’alto delle torri di Notre-Dame, sebbene non altrettanto mirabile né altrettanto memorabile. Di quelle vedute aeree che dicono del desiderio umano di guardare il mondo come in volo, ce ne erano state di pittoriche e di cartografiche a partire dal Millecinquecento. Una per tutte, la straordinaria xilografia di Venezia di Jacopo de’ Barbari (1500).
Ma tra le descrizioni letterarie di città osservate dalla sommità dei loro campanili, o delle loro torri, o delle mongolfiere che ascendevano i cieli d’Europa dal tardo Settecento, quella di Hugo non conosce uguali. Un omaggio a quella Parigi del XV secolo che nel Diciannovesimo secolo “aveva molto più perduto in bellezza che non guadagnato in vastità”, ma anche un invito alla pratica di salire “su qualche punto elevato” per rappresentarsi la struttura urbana sottostante nel massimo dettaglio.

veduta aerea, mappa, fotografia ritoccata, palazzi, tetti

Anche Copenaghen ha la sua veduta a volo d’uccello letteraria. Un episodio quasi accessorio di Viaggio al centro della terra di Jules Verne, in cui Axel e il professor Otto Lidenbrock, di passaggio a Copenaghen nel loro viaggio alla volta dell’Islanda, s’arrampicano sulla guglia della Vor Frelsers Kirke. Solo che l’ascesa al campanile di quella chiesa barocca che, al contrario di Notre-Dame, “non ha nulla di notevole”, nasceva da motivazioni diverse da quelle di dominare la città dall’alto. Una questione di avvezzare Axel al confronto con l’abisso, in vista dell’impresa dello Snaeffels. E salgono Axel e il professore, scalino dopo scalino dopo scalino, fino a sbucare sulla piattaforma del campanile da cui diparte “la scala esterna” che s’avvolge “a spirale intorno alla guglia, in pieno cielo”. Da quel punto già Copenaghen si srotola allo sguardo, ma l’ascensione dei Lidenbrock prosegue strenuamente all’aria aperta, “difesa solo da un’esile balaustra” che segue l’andamento elicoidale dei gradini. Sempre più stretti via via che la sfera dorata posta in cima al campanile si fa più vicina.
Ma Axel non è versato nell’arte delle “alte contemplazioni” e, nel raggiungere quel “punto elevato” di dove può apprendere l’intera capitale (oltre che misurarsi con l’abisso), è colto da “vertigine sì fiera” che ne perde “la vista e ‘l sentimento”. E tuttavia, una volta acquietatosi il turbinio dei sensi e riaggiustatosi l’ordine del cosmo, Axel vede da un lato la “campagna verdeggiante” e dall’altro il mare palpitante di luce. Poi il Sund, che “si stendeva verso la punta di Elsinore” e, oltre lo stretto, tra la “bruma dell’est, … le coste appena disegnate della Svezia”.

Vor Frelsers Kirke, chiesa, guglia spirale, trittico fotografico

Era la Copenaghen di quasi duecento anni fa, la Copenaghen del XIX secolo, quella di Andersen e di Kierkegaard. E quella di Hammershøi, anche di Hammershøi. Un corpo urbano che s’era costituito attorno all’idea di una fortezza sul mare, di un castello sul mare – “la forma originale della citta”. Un castello che si ergeva come un’isola di fronte all’abitato che aveva la funzione di proteggere e da cui solo lo dividevano un’estesa rete di canali.
Axel aveva fatto appena in tempo a vederle le vecchie fortificazioni che avevano circondato quel centro urbano medievale, ché già erano cominciate a cadere quando lui s’affacciava dalla Vor Frelsers Kirke e alla svolta del secolo, purtroppo, non c’erano arrivate. Le fortificazioni che pure erano state estese nella seconda metà del Seicento e avevano incluso aree così vaste da rimanere a lungo inedificate e a lungo spopolate. E l’acqua avevano incluso, un massivo volume d’acqua che aveva mantenuto la città a stretto contatto con il mare. Perché Copenaghen era una città di mare, sul mare, ed è per questo che la marina militare e la marina mercantile vi avevano avuto e vi avevano gran parte. E con loro, chiaramente, il porto, un porto marittimo interno, protetto, tra la città medievale e il quartiere di Christianshavn che le sorgeva dirimpetto, varcato il mare.

Tuttavia, questa città militare e commerciale che si diceva fiorente (e potente), ebbe uno sviluppo urbanistico agli antipodi di quello di Parigi: se la capitale francese, già nel Quindicesimo secolo, “aveva fatto schiantare una dopo l’altra le sue quattro cinte murarie”, la capitale danese “riempì l’area della cinta fortificata così lentamente che, oltre alla città medievale, essa finì per contenere una città rinascimentale”, una barocca e infine una proto-industriale. Si dovettero attendere il XVIII e il XIX secolo, soprattutto, e si dovette assistere ai due incendi (1728 e 1795) e al bombardamento inglese (1807) che rasero al suolo Copenaghen prima di vedere qualcosa che somigliasse a un processo di densificazione urbana (e di accrescimento della popolazione) degno di tal nome.
E cambiò faccia Copenaghen dopo ogni devastazione e dopo ogni ricostruzione, e le tipologie di edifici urbani ne uscirono ogni volta più disciplinate, più regolamentate, più architettonicamente omogenee. Quelle che erano state costruzioni a un piano dal carattere piuttosto rustico divennero abitazioni urbane a tre o quattro piani, moderatamente barocche in seguito al primo incendio e moderatamente neoclassiche a cavallo del secolo, con le cornici marcapiano orizzontali che ne percorrevano i prospetti e gli elementi di facciata che vi assumevano insolito rilievo. Ai canti delle strade, i palazzi angolari con gli angoli tagliati per agevolare il passaggio ai mezzi di trasporto (e di soccorso). E ai crocevia, quattro palazzi con gli angoli tagliati e finemente decorati facevano a gara di bellezza (e divenivano un motivo caratteristico dell’architettura della ricostruzione copenaghense).

palazzi angolari, quattro fotografie, angoli tagliati

Così, se quelle case non “mettevano piani su piani”, non “si arrampicavano le une sulle altre” come avevano fatto quelle di Parigi, nondimeno crescevano in verticale e in orizzontale per far fronte al considerevole aumento di popolazione che aveva investito Copenaghen nella prima metà dell’Ottocento. Segno di un’era nuova (e prospera) e di una nuova (e intensa) fase di sviluppo urbano, contrassegnata dall’espansione della città all’esterno della linea difensiva dei bastioni. “L’ondata delle case” che, finalmente, come a Parigi, spingeva “dal cuore della città verso l’esterno”, verso le foreste ancora vergini, verso le coste ancora intatte, verso i laghi. Dove il re aveva fatto costruire le sue residenze estive e i ricchi avevano fatto costruire le loro di dimore estive e dove altri ricchi continuavano a trasferirsi lasciando gradualmente la città (in mano) alle classi meno abbienti.
Di quella “vasta foresta con alberi giganteschi e numerose ville” che copre la distanza tra Copenaghen e Elsinore, nel 1881, aveva scritto nel suo diario di viaggio anche Paul Verne, il fratello di Jules, attento misuratore della capitale danese da quel “punto elevato” della Vor Frelsers Kirke da cui il professor Lidenbrock aveva dato una “lezione di acrofobia” a suo nipote Axel. E di discese ardite aveva scritto Paul Verne, persino più ardite delle salite afflitte da raffiche di vento lamentose. E però.

Però c’eri salita anche tu a prendere lezioni d’abisso sulla Vor Frelsers Kirke, in una giornata tersa, immobile, di refoli sparuti e solitari. Ma l’ascensione dalla piattaforma al globo dorato attraverso quel percorso a volute che fa il verso alla spirale della lanterna borrominiana di Sant’Ivo (alla Sapienza) non era stata senza mancamenti. Ha detto vai tu che io ho il mal d’espace di Axel. E tu eri andata, eri andata. T’eri stretta alla balaustra e avevi stretto i denti, ché quella “esperienza veramente positiva della verticalità” ti dava il capogiro. Quegli scalini che ti si rimpiccolivano macchinalmente sotto i piedi impedendo il passaggio in ambo i sensi, fino a che non c’era stato altro spazio che quello per tenersi (malamente) in piedi. Eri rimasta inchiodata lì, la palla dorata contro i reni, a realizzare che, a disdoro dei tuoi occhi, per ciò che vedevi lì in quell’attimo non c’era immagine che già non risuonasse (asse asse asseee…) nella mente.

mappa, veduta dall'alto, corvo, campanile

La Copenaghen che dall’alto della guglia della Vor Frelsers Kirke vedevano i corvi che vivevano in città durante l’Ottocento. L’isola con il suo castello reale, le chiese con le loro cuspidi verdi e le loro cupole verdi, il porto difeso dalla marina militare e sfruttato dalla marina mercantile per i suoi commerci. Potere secolare, potere temporale, potere militare.
E hai immaginato quella cinta ormai angusta di fortificazioni entro cui avevano vissuto Andersen e Kierkegaard e Hammershøi, quella cinta entro cui avevano vissuto come all’interno delle loro case, delle loro stanze, della loro interiorità, prima che le finestre si aprissero – e i bastioni cadessero – per far entrare il mondo. (Foss’anche immondo).

E leggi: Jens Peter Jacobsen, Niels Lyhne; Giulio Carlo Argan, A proposito di spazio interno; Michela Bassanelli, Cavum/Plenum: due modi di rappresentare lo spazio domestico; Bridget Alsdorf, Hammershøi’s Either/Or; Felix Kramer, Naoki Sato, Vilhelm Hammershøi: the poetry of silence; Daniela Stroffolino, L’Europa a volo d’uccello. Dal Cinquecento ad Alfred Guesdon; Victor Hugo, Notre-Dame de Paris; Peter Madsen, Richard Plunz (a cura di), The Urban Lifeworld. Formation, Perception, Representation, in particolare all’introduzione e Jens Kvorning, Copenhagen. Formation, Change and Urban Life; Irene Zanot, L’arte del cadere. Il mitologema della caduta nella Narrative of Arthur Gordon Pym di Edgar Allan Poe e nel Voyage au centre de la terre di Jules Verne (tesi di dottorato).

cornicetta1

DOVE

Restaurant 108, Strandgade 108, 1401 Copenaghen, Danimarca,
T. + 45 32963292, booking@108.dk
https://108.dk

Nel periodo in cui il Noma aveva chiuso i battenti e si preparava a riaprire, rinnovato e rigenerato, nella sua versione 2.0, gli orfani di René Redzepi andavano al 108 per meglio rimembrare quell’esperienza culinaria ineguagliabile. E quelli che al Noma non erano mai riusciti a procurarsi un tavolo, al 108 ci andavano per avere un indizio, per quanto vago, di quello che gli era sempre sfuggito dalle mani (dalla bocca). Oggi al 108 (di Strandgade), il ristorante nato nel 2016 da una costola del Noma e guidato da uno dei numerosi discepoli di Redzepi che di Copenaghen godono le grazie (e che a Copenaghen dispensano le loro grazie), ci vanno tutti quelli che vogliono mangiare (non banalmente) bene, molto bene, senza sbancarsi e senza necessariamente imbarcarsi in una seduta gastronomica lunga e dilatata e impegnativa, come può essere quella (eccellente) di Geranium.
Cucina basata su ingredienti locali, stagionali e sostenibili, secondi i dettami della New Nordic Cuisine, quella di Kristian Baumann, sfrutta le limitate materie prime autoctone esaltandone il gusto e allungandone la vita attraverso affumicature, fermentazioni, salamoie, disidratazioni … concede largo spazio a frutta e erbe e verdure che provengono dall’orto del ristorante, e resetta il palato dell’avventore (più o meno) medio con più di un piatto avventuroso.
All’imbocco del nuovo ponte Inderhavnsbroenche collega il canale di Christianshavns a Nyhavn – che d’estate è pieno di oziosi mollemente accosciati sulle sdraio a godersi il sole a pelo d’acqua -, questa ex warehouse ristrutturata in stile industriale è stilosamente casual come casual ma attento e informato ne è il servizio (stagisti provenienti da tutto il mondo assicurano che ogni cliente abbia un cameriere che parla la sua stessa lingua).
Non c’è obbligo: si può andare alla carta o scegliere il menu degustazione di otto portate portentose (1150DKK). Che, in estate, potrebbe recitare come segue: piselli verdi con i porcini dell’anno scorso; erbe e verdure da Krogerup con alghe arrosto; chele di aragosta con ribes bianchi; ravanello con fragole verdi salate; zucchine marinate con tuorlo d’uovo affumicato; coda d’aragosta grigliata con fiori estivi; lamponi da Rokkedyssegaard con latte di nocciola; gelato di alga kombu (proveniente dalla città di Rausu in Hokkaido) con 6g di caviale reale belga.

portate, ristorante 108, fiori, erbe, caviale, dessert

Sanchez, Istedgade 60, 1550 Copenaghen, Danimarca, T. + 45 31116640
http://lovesanchez.com

È un’altra allieva di Redzepi Rosio Sanchez, quella che l’ha seguito a Tulum durante i tre mesi del Noma Mexico pop-up. Chicana di Chicago, sous pastry chef al wd~50 di New York dal 2006 al 2009, head pastry chef al Noma per oltre cinque anni, Rosio lascia l’acclamato ristorante del suo mentore per aprire un chiosco di tacos al mercato Torvehallerne. Nasce Hija de Sanchez: è il 2015. L’idea è quella di far conoscere al pubblico scandinavo, poco avvezzo alle cucine etniche, il vero cibo messicano; la formula è semplice, addirittura basica: 3 tacos a scelta e a rotazione (pollo e mole negro; huevos rancheros; carnitas di maiale; pelle di pesce croccante e salsa di uva spina; queso fresco e guacachile; al pastor, con carne di maiale marinata e cotta allo spiedo, ananas, cipolla, coriandolo…) e, per finire, le paletas (gelati su stecco) che Rosio mangiava da bambina. E per restare fedeli a quella ricerca dell’autenticità che di Hija de Sanchez era lo scopo, da Hija de Sanchez le tortillas le si impasta ogni giorno con mais importato dal Messico (Oaxaca) e macinato a pietra sul posto, perché tutto dipende dal mais e quello europeo origina un impasto che scontenta (per texture e per sapore). Anche i chilli per il mole li si importa dal Messico e il queso lo si produce direttamente e biologicamente in Danimarca su ricetta messicana.
Ed è talmente, inevitabilmente, baciata dal successo Hija che, nel 2016, Rosio apre un altro localino nel meatpacking district di Kødbyen. E poi il primo ristorante vero e proprio, a fine 2017, unicamente Sanchez, una sorta di cantina di quartiere, informale e rilassata quanto basta, con la cucina a vista e meno di cinquanta posti a sedere. Solo che qui la cucina di Rosio, pur restando schietta, genuina, prende strade più creative, si lascia andare alle contaminazioni (nordici gamberi di fiordo e salmone finiscono nel menu), mescola tradizione e innovazione. Ma senza pregiudicare l’autenticità – la messicanità – dei piatti. Il menu degustazione di cinque portate è un concentrato dei “grandi sapori messicani”, dice Rosio. E lo è, acciderba se lo è. Annaffialo con uno (o più d’uno) dei cocktail della casa, un paio dei quali (come il Sanchez Margarita e il Negroni) magnificamente (riveduti e) corretti col mezcal. E buon divertimento….
Ostriche con habanero e olivello spinoso; Puré di avocado, tonno, e vinaigrette di habanero, shoyu, e lime su tostada di mais; Tostata di polpo al pastor con salsa di tuorlo d’uovo affumicato all’habanero;
Polpo alla messicana e pelle di pesce croccante; Panucho ripieno di dzikil pak (dzikil significa semi di zucca e pak pomodoro – una salsa preparata con semi di zucca tostati, pomodori arrostiti, habanero, coriandolo..) e guarnito con insalata fresca; Enfrijolada ripiena di requesón (ricotta) e guarnita con senape d’aglio selvatica grigliata, olio di peperoncino arbol; Mole vegetariano con tortilla ripiena di erbe amare e panna acida fatta in casa; Lombata su foglia di cavolo al vapore, salsa pasilla, cipolletta, e fiori di nasturzio (si piega e si mangia come un taco); Taco con maialino da latte bio, cipolle grigliate all’habanero e finocchiella dolce; Taco alla diabla con gamberi di fiordo fritti; Churro alla cannella, parfait gelato al mezcal e alla vaniglia, crema al burro e zeste d’arancio….