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CITY JOHANNESBURG

(Seconda parte)

Da quanti mesi non superavo più lo spartiacque che si apre
ogni volta che un nero si congeda da un bianco e torna al suo
“posto”, lo spartiacque fisico delle vie pulite che diventano strade
piene di solchi e dei centri urbani trasformati in Veld dove si scaricano
contorti rottami di metallo e regna un perpetuo autunno di
cartacce svolazzanti (…).
Nadine Gordimer, La figlia di Burger, 1979

è un’arida stagione bianca
le foglie brune non durano, la loro breve vita si spegne
e malinconiche atterrano in una dolce caduta
senza nemmeno sanguinare.
è un’arida stagione bianca, fratello,
solo gli alberi conoscono il dolore mentre stanno ritti,
secchi come acciaio, i loro rami secchi come fil di ferro,
è davvero un’arida stagione bianca
ma le stagioni passano.
Mongane Wally Serote, For Don M. – Banned

 

La versione di William Kentridge è già tutta imbozzolata nei disegni per proiezione che costituiscono la sua prima animazione: Johannesburg, 2nd Greatest City after Paris (1989). La città che bulimica s’ingrossa sotto gli occhi, palizzata su palizzata, strada su strada, torre mineraria su torre mineraria, mentre il magnate dell’industria estrattiva, Soho Eckstein, trangugia avidamente quantità impossibili di cibo, cibo su cibo, vivanda su vivanda. E cresce voracemente la città, la metropoli, la megalopoli, all’unisono con Soho, all’unisono con lo sfruttamento dei filoni auriferi di Soho, all’unisono con l’escavazione dei giacimenti metalliferi di Soho, il fondatore di un impero scaturito dal ventre notturno della terra.

Soho, – il collo incassato nelle spalle tozze, nel busto tozzo, nel bianco corpo tozzo -, con la ricchezza sprofondata a più di due chilometri sotto il suolo. E sopra il suolo, l’escrescenza di quello che è segreto; sopra il suolo, l’effetto di quello che è invisibile, un rapido affastellarsi di linee da cui traluce la città nascente e i forzati che la popolano la città nascente, che la attraversano la città nascente, in trista ed inesausta processione. Avanti e indietro per il paesaggio scarno dell’High Veld, avanti e indietro tra i sotterranei e i vertici del mondo, tra i margini e il centro del mondo, il mondo che li esclude, il mondo che è di Soho. Soho Eckstein – Eckstein come Hermann Eckstein, il finanziere ebreo che, alla fine del Diciannovesimo secolo, fece la sua fortuna con l’oro del Witwatersrand -, la scrivania che s’allarga direttamente sulla steppa, che sfuggevolmente si converte in prateria, il territorio che diventa un’estensione del suo tavolo. E dietro, lui, colossale lui, imponente lui, monumentale lui, il capitalista che muove i (neri) dannati della terra e muove la metropoli(s): Johannesburg, la più grande città dopo Parigi.

Poi, con Mine (1991), la versione di William Kentridge si sbozzola del tutto. Mine, la miniera che è la traccia, al tempo stesso visibile e fantasmatica, della nascita di una città e della storia di una città che è stata due città fin dall’inizio. Lo scenario è quello della sezione trasversale della terra, il sopra che è deputato a Soho, il sotto che è destinato esclusivamente ai (neri) minatori. Il sopra che è la lussuosa camera di Soho, il letto da cui giganteggia, il sotto – esattamente sotto le sue molli membra – che è un insalubre e gelido dormitorio di cuccette che somigliano a celle mortuarie. Il sopra e il sotto, il sotto come condizione di possibilità del sopra, condizione del suo benessere, della sua floridezza, della sua opulenza.
A letto, davanti al vassoio della colazione, con quel gessato sguaiato che gli è connaturato e il sigaro fumato a mezzo in bocca, Soho spinge lo stantuffo della caffettiera e trapana la crosta della terra, e trapassa gli alloggiamenti desolati dei lavoratori e discende per la stiva delle navi transatlantiche dov’erano scientificamente stipati i corpi degli schiavi e, infine, sbuca nelle buie profondità della miniera dove i minatori si rompono la schiena per ricoprirlo d’oro.

Un risveglio alla Storia. Affinché nel paesaggio urbano riemergano (traumatici) i segni del passato; affinché le tracce di una giovane città mineraria e delle miniere da cui è sorta e dei rapaci proprietari di quelle miniere da cui è sorta non restino interrate sotto la città moderna, la megalopoli moderna. Johannesburg, la più grande città sudafricana. Affinché ciò che dimora sotto la superficie di Johannesburg si materializzi ancora e ancora in quei disegni animati di un Veld sfigurato dalle discariche minerarie e dai bacini di melma, in quei disegni di uomini bianchi ingrassati dalla ‘schiavizzazione’ degli indigeni e dal depauperamento della terra e di uomini neri spossessati della terra e cancellati dalla faccia della terra, la loro terra. Affinché la storia dello sviluppo (separato) di Johannesburg riaffiori alla memoria, riattivi la memoria.

baracche, veld, lamiera, Johannesburg

Lo sviluppo separato, o apartheid, che comincia in quei compound, in quelle ‘aree residenziali separate’ in cui venivano alloggiati i minatori neri. Compound dal termine malese kampong, che vale per recinto, spazio chiuso da una qualche struttura più o meno permanente, una variazione sul tema delle locations, ghetti per lavoratori neri, asiatici e malesi, collocati alla periferia dei monocromatici quartieri bianchi. All’inizio erano ricoveri non misti per adulti, i compound, ché le donne, i bambini e gli anziani erano prevalentemente confinati in zone di campagna, (etnicamente) segregati in riserve che saranno infelicemente designate come homelands, terre natie, patrie. Tutti nomi che dicono l’esclusione programmata, pianificata, premeditata.

Compound. Da quando avevano lasciato le riserve tribali per sostentare se stessi e le famiglie, i maschi abili al lavoro dormivano in tuguri di legno inabitabili, una sfilata di stanzoni sovraffollati, senza adeguata ventilazione e senza luce elettrica, con letti di cemento senza rete e pavimento di (fredda e nuda) terra. Col tempo i complessi abitativi divennero più strutturati, più grandi, più gremiti, divennero ‘assembramenti’ di migliaia di individui accomunati solo dal colore della pelle e dagli stenti, dalle privazioni, dalla fatica, dalla malnutrizione, dall’alcolismo, dalle epidemie. Uomini che non avevano diritto all’intimità neanche nei bagni, che erano identificati con braccialetti numerati, che erano continuamente supervisionati, perennemente sorvegliati a vista.

Soweto, tuguri, terra battuta, orizzonte piatto

Erano soggetti ad un controllo totale, ad uno scrutinio permanente quei migranti urbani, ammessi nelle città create dall’uomo bianco solo come forza lavoro per l’uomo bianco e, anche così, solo dopo l’esibizione di un permesso. Il dompass, il lasciapassare, il documento identificativo di tutti gli africani sopra i sedici anni, noto anche come Libro della Vita, un prontuario di dati anagrafici e personali che era l’unico mezzo per circolare nel paese, per lavorare nel paese, per vivere nel paese. Quel documento che in 96 pagine ne schedava minuziosamente l’esistenza faceva di loro, degli africani, – semplicemente – “dei residenti provvisori nel luogo in cui erano nati”.
“Hy’ta, pass jong”. Potevano fermarti in qualsiasi momento i poliziotti, i funzionari, gli ispettori, potevano perquisirti in qualsiasi momento, potevano farti irruzione in casa in qualsiasi momento per chiederti quel (dom)pass. E lo facevano, lo facevano. E se per caso non ce l’avevi indosso il pass, t’arrestavano con l’accusa di intralcio alla giustizia. S’accertavano che fossi autorizzato ad essere in città quando ti ci trovavano e poi s’accertavano che te ne stessi nella location a cui eri assegnato quando non eri sul posto di lavoro. La location, l’unico posto in cui ti era concesso di tornare, il posto in cui potevi anche essere a tuo agio, ma non potevi mai dimenticare i limiti che t’imponeva la tua posizione. Tenuto fuori da tutti gli altri settori del paese, separato da un mondo a cui accedevi passando dalla porta di servizio.  

uomo, rastrello, pulizia strada, rifiuti, no dumping

La location, il posto. Il posto in cui lo Urban Areas Act obbligava tutti i neri a prendere residenza. Gli uomini neri impiegati nelle città come minatori, manovali, operai, domestici e dopo anche le donne nere e i loro figli neri, concentrati oltre il limite della città bianca, posti a distanza di sicurezza dalla città bianca e civile, geograficamente divisi dalle comunità cristiane e bianche. In quelle locations costantemente offuscate dai fumi delle stufe, costantemente insozzate dai rifiuti, costantemente afflitte dalle pestilenze, costantemente pattugliate, quegli uomini, quelle donne e quei bambini vivevano sotto la minaccia perpetua delle evacuazioni, dei trasferimenti, delle espulsioni forzate, delle deportazioni da zone improvvisamente classificate come bianche. Li spostavano senza preavviso da una location che intendevano risanare dalle epidemie, recuperare al degrado, riqualificare, ad un’altra location che era più periferica e più degradata e più irrecuperabile, o addirittura nelle aree rurali li spostavano, in quelle miserabili homelands che erano poco più del sette per cento della superficie complessiva del paese. Le homelands. Quanto gli spettava dell’arbitraria spartizione della loro madrepatria.

Era nato così, da una serie di sgomberi, di frazionamenti del territorio, di occupazioni di tratti vacanti di wasteland avvenuti a una ventina di chilometri dal centro della città bianca, in prossimità delle miniere e di quelle che saranno le discariche delle miniere, fino alla loro rimozione durante gli anni Ottanta. Era nato così l’aggruppamento di locations che s’era gradualmente espanso a sudovest di Johannesburg. Klipspruit, nel 1904, la prima township istituita a livello comunale, e in seguito Moroka, Pimville, Orlando, Dube, Mofolo, Jabavu, Molapo, Moletsane, una “città dentro la città” che solo nel 1963 ebbe il suo nome.
Soweto, So.We.To. Semplicemente l’acronimo di South Western Townships, molto più pragmatico, molto meno evocativo delle ipotesi Nguni o Sotho che s’erano avvicendate nel corso di quegli anni spaventosi. Pambeli (attesa impaziente del futuro), Umuzikazi (villaggio enorme), Kwa-dudu (luogo per dormire), Thinavhuyo (non abbiamo un posto dove andare)…

casermoni, degrado, uomini neri, camminare, strada

Soweto, da qualche parte oltre la Uncle Charlie’s Roadhouse, un distributore di benzina all’incrocio delle statali strombazzanti che fiancheggiavano il succedersi di colline di polvere dorata. Le statali che portavano fuori dalla città. Per chi poteva andarci fuori dalla città, perché ci risiedeva, perché ci stava dentro. Ma per quella popolazione nera che era virtualmente inesistente, presuntamente impermanente, fuori dalla città significava unicamente (rientrare) al loro posto, lontani da ciò a cui assistevano quotidianamente e a cui rimanevano estranei, quotidianamente.
La chiamavano ironicamente So-Where-To la location, la baraccopoli, come a dire che non si sapeva dove stesse andando, o meglio, che si sapeva che non andava da nessuna parte, che non portava da nessuna parte. Soprattutto loro, gli africani, che significativamente andavano sempre a piedi, che ancora oggi vanno sempre, indefessamente, a piedi, in una metropoli dove possedere l’auto, guidare l’auto è un atto vitale, necessario.

Soweto, al di là del limite di Johannesburg, che per accedervi dovevi attraversare strade polverose e dissestate e disperate finché non ti trovavi davanti a quell’avviso bilingue (inglese e afrikaans) che era un segno palpabile del mondo all’incontrario: “Entrata di Soweto. Strada privata. I non Bantu che entrano in quest’area devono essere provvisti di permesso, che può essere richiesto presso il Dipartimento degli affari comunali”. E ai due lati del segnale, il suggello della West Rand Administration.

cartello, benvenuto, Soweto, mappa, strada

Ci sei entrata a Soweto, passando davanti a quel cartello che adesso dice neutralmente Benvenuto. Benvenuto a Soweto, dice. Ci sei entrata e hai pensato ai bianchi che esibivano un permesso per entrarci, come se fossero loro quelli tenuti fuori da qualcosa. Ci sei entrata e hai visto la vastità orizzontale di tutte quelle scatole portafiammiferi, la piattezza che contraddice lo sviluppo verticale del centro (di cemento, acciaio e vetro) di Johannesburg; il Carlton Centre, il famigerato quartier generale della polizia. Un centro in contrazione, a fronte di una periferia in espansione incontrollata, irregolare, illogica. Una “metropoli di township”, di township che progressivamente incorporano la città, Johannesburg. Un assemblaggio di frammenti urbani slegati, disconnessi, dispersi, privi di una geografia stabile, di una topografia definita, come anche di un centro gravitazionale. Il lascito di una città sorta dalla speculazione e non dalla pianificazione.

Ci sei entrata a Soweto e sei entrata anche nelle tipiche case dello slum, anche in quella di Nelson e Willie Mandela sei entrata, il bilocale classificato come NE 51/6, due piccole stanze, un tinello e una cucina sormontati da un tetto a due falde timpanato. Niente soffiti e niente porte, e un servizio igienico collocato esternamente, sul retro del lotto di terreno. File e file di case tutte marzialmente uguali – per chi ce l’aveva la casa e non viveva in microscopiche baracche col tetto di lamiera – e poi un tratto di Veld e un altro tratto di Veld a separare tra loro i vari gruppi etnici. Il Veld ridotto a letamaio, lasciato ai detriti, ai rottami, ai ferrivecchi, ai vagabondi, agli tsotsi, ai delinquenti, ai tossici, agli ubriachi, molesti o non molesti.

Soweto, case, uniformità, piattezza, paesaggio

Ci sei entrata a Soweto e hai visto le strisce di terra battuta sul ciglio della strada dove i bambini rincorrono un pallone. Ci sei entrata e hai visto i ragazzi smilzi e allampanati ciondolare agli angoli delle strade, e le matrone con le mani ai fianchi a convegno per le strade, e i vecchi seduti su vecchie sedie sistemate in strada a parlamentare aspettando che si faccia sera. Lo spazio fuori casa che è vivo, vissuto più del dentro. Ci sei entrata in quella terra desolata e hai visto il fumo di qualche falò sparso sfilacciarsi in cielo, e hai pensato a quanto dovesse essere purgatoriale quella terra quando non c’era l’elettricità e i fuochi abbuiavano il cielo di vapori.
Ne sei uscita da Soweto, ne sei uscita e uscendone hai visto le propaggini indecenti dello slum, le propaggini dove s’è spinta la bruttura, dove la bruttura non smette di allignare. Lo slum che attecchisce allo slum, che germina dallo slum, che estende senza soluzione di continuità lo slum che è stato e anticipa quello che sarà, indefinitamente. Come la scrivania di Soho che s’accaparra il Veld.

donne nere, angolo strada, supermarket, città bianca

Nella tensione tra superficie, sottosuolo e margini che è la verità più vera di Johannesburg, è il margine il luogo in cui s’aggirano gli spettri del passato. È nel margine che si conservano le tracce dell’imprevidente sviluppo geopolitico di Jo’burg, di Jozi, il bisillabo in cui i giovani post-apartheid l’hanno riassunta. Le tracce che Johannesburg ha sempre cercato di negare con i suoi “incessanti cicli di rinnovamento urbano”.
Torneremo sulle strisce di terra battuta lungo le statali a portare un pallone ai bambini, come hai detto. Dei palloni. I bambini non riescono a non perdere le cose.
Soweto per non dimenticare. Kentridge per non dimenticare. Gordimer, tutta Gordimer, per non dimenticare.
È ancora un’arida stagione bianca. Ma le stagioni passano. Passano.

E leggi: Maria Cristina Paganoni, Lettere dal Sudafrica. La saggistica di Nadine Gordimer; Nadine Gordimer, Il conservatore, La figlia di Burger, Luglio, Vivere nell’interregno; Lucia Saks, Cinema in a Democratic South Africa: The Race for Representation; Carl H. Nightingale, Segregation. A global history of divided cities. (al cap. 8: The Multifarious segregation of Johannesburg); Sarah Nuttall e Achille Mbembe (a cura di), Johannesburg – The Elusive Metropolis; Leora Farber e Anthea Buys, The Underground, the Surface and the Edges. A Hauntology of Johannesburg; Martin J. Murray, City of Extremes: the Spatial Politics of Johannesburg; Loren Kruger, Imagining the Edgy City: Writing, Performing, and Building Johannesburg.

cornicetta1

DOVE

Per tour della città dell’oro che ti faranno rimpiangere di non aver optato per una permanenza prolungata, rivolgiti con un certo anticipo a Rob Munro di Past Experiences. Le varie visite guidate della inner city valgono indiscutibilmente la menzione.
http://pastexperiences.co.za

Fatto salvo che anche Past Experiences offre validi tour di Soweto, è ad Estelle Bester che devi ricorrere se cerchi una guida che ne porti (vivida) memoria dai bui vecchi tempi. E che da allora non ha smesso frequentarla la township, di  intrattenere rapporti e relazioni con la popolazione locale, di tessere contatti, di promuovere cambiamenti, di favorire miglioramenti nelle condizioni abitative e ambientali e negli standard di vita dei Sowetans… Tra gli ormai prosperi quartieri di Pimville, Diepkloof, Dube, Rockville ai tuttora degradati, malfamati, sottosviluppati insediamenti di Kliptown, Diepsloot, Motsoaledi, Chiawelo, Phiri, vedrai passarci un mondo….
besterestelle@telkomsa.net

Luke Dale-Roberts X The Saxon, 36 Saxon Road, Sandhurst, Johannesburg, T. +27 11 292 6000
http://www.saxon.co.za/lukedalerobertssaxon.html

Era nato come pop-up restaurant quando l’hotel Saxon era rimasto orfano di un altro tra i più celebrati chef sudafricani: David Higgs. Era nata così quest’esperienza Joburger di Dale-Roberts, cuoco (meritatamente) incensato del Test Kitchen di Cape Town, dove ogni anno riceve il premio per il miglior ristorante cittadino. L’esperimento era nato per durare solo pochi mesi, da gennaio a marzo 2016, tanto per tastare il terreno e testare il palato di Jozi ed abitanti. E invece, invece per fortuna ancora dura. Perché, a quanto pare, ormai Dale-Roberts è al Saxon per restare, benché per interposta persona (la chef Candice Philip), non essendo, purtroppo, uno e doppio.
Tasting menu di sette portate in un ambiente (blu marino) formale quanto basta, esclusivo quanto basta, e tuttavia piacevolmente rilassato. Ingredienti di primissima scelta, tra cui frutta e verdura coltivate in loco; piatti immaginifici e moderni che tradiscono influenze asiatiche e sono giocati su un raro equilibrio di sapori e consistenze. Carta dei vini più che all’altezza…tutta da esplorare (per poi andare sul sicuro con il wine pairing sudafricano).
Proposte: Salmone affumicato con hummus al wasabi, insalata di ravanelli; Ceviche di spigola, broccoli scottati, salsa speziata alla nocciola; Foie Gras Mi-Cuit con purè di noci macadamia tostate; Manzo scottato con midollo affumicato; Cappesante grigliate con crema al tofu stagionato e salsa all’aglio nero; Pancia di maiale con formaggio blu e mele compresse; Petto d’anatra scottato in padella, coscia d’anatra confit, fegato d’anatra; fichi; Pudding di riso con mele cotogne caramellate…